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sabato 2 giugno 2018

So you can keep me...


Viviamo il mondo dell’immagine.

Viviamo il mondo del social, della condivisione, della foto artistica e di quella pop, del post impegnato e dei micetti che giocano…

Viviamo di parole, che spesso si accompagnano ad immagini…

Immagini…

Alla fine il mondo di oggi, il terzo millennio, o se vogliamo possiamo anche definirlo il terzo millennio avanzato, è tutto racchiuso in un semplice concetto, paradossalmente talmente antico da risultare basilare: la fotografia.

Cosa siamo, cosa saremmo senza una fotografia?
E, soprattutto, che valore ha oggi la fotografia?

Che valore ha una foto quando non sentiamo più scattare il blocchetto di pellicole polaroid, quando non giriamo più la rotella delle nostre Kodak usa e getta, quando non apriamo più lo sportellino al buio per tirare fuori il rullino, quando il nostro fotografo non ci chiama per dirci “sono pronte, può venire a ritirarle”?

Che valore hanno quando giri tra gli scaffali, e accanto a centinaia di digital camera trovi lì, impolverati e alquanto vetusti, degli album di foto da riempire?  Oppure quando ripensi a quelli in plastica sponsorizzati dal nostro fotografo, che contenevano le foto delle gite fatte con la scuola?

Le fotografie…

Abbiamo fatto questi ricordi per noi stessi
Dove i nostri occhi non si chiudevano mai
I nostri cuori non si sono mai stati spezzati
E il tempo era perennemente congelato, ancora

Sapete come si fa a capire il valore che ha una fotografia al giorno d’oggi? Strappatela.
Davvero, strappatela.
Poi guardatela strappata sul tavolo, e pensate subito a una cosa: scotch o stampante?
Il dilemma vero: scotch o stampante?
Forse al giorno d’oggi è veramente più facile strappare una fotografia, forse tempo fa prima di strapparla doveva succedere qualcosa… e magari lo scotch era lì pronto all’uso, e magari lo strappo era fatto anche in modo preciso perché tanto, bene o male, quella foto l’avreste salvata, e prima di finire nel cestino ne sarebbe passato di tempo…

Così puoi tenermi
All'interno della tasca dei jeans strappati

Oggi la distanza fra lo strappo e il cestino è ridotta, quasi nulla…

Amare può far male, amando può ferirti a volte
Ma è l'unica cosa che so

Ma in fondo, a chi fa male tenere una fotografia? La fotografia vera è quella che non si cancella, che non sbiadisce al Sole… e il gesto dello strappo in fondo è solo l’ultimo, l’unico modo per cercare di rimuovere qualcosa che, in fin dei conti, rimane comunque incancellabile…

Riflettiamo sul valore della fotografia, nel mondo di oggi che ne è pieno…
Scorriamole sul nostro smartphone e fermiamoci a pensare…

Contrasto
Bilanciamento
Toni
Colori
Ombre
Luci

Stiamo realmente parlando solo di fotografia?




domenica 7 maggio 2017

Love at first sight (?)

Le grandissime personalità della letteratura internazionale sono davvero moltissime, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.
Ma se c’è un artista che invidio al panorama internazionale, beh questi è sicuramente Oscar Wilde.
Un raro pozzo di intelligenza, davvero un aforisma su due che appartengono alla nostra quotidianità probabilmente lo dobbiamo a lui. Ed oggi prendo il via proprio da un suo aforisma che tutti conosciamo.

“Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta”

E’ proprio vero che non abbiamo una seconda chance per fare colpo, o per lo meno per “farci ricordare”? Quanto sono imbarazzanti le situazioni in cui noi riconosciamo la persona che abbiamo di fronte, ma lei si presenta per la seconda o terza volta?
Lo ammetto, io sono stato “vittima” di queste situazioni, ma ho imparato che a volte possono essere molto positive, perchè in fin dei conti la prima volta che incontriamo una persona potremmo non essere del mood adattato a sfoderare tutte le nostre armi di seduzione ;) .
Di me, ad esempio (e qui vi chiedo di commentare, almeno per chi mi conosce di persona, se ciò che scrivo è vero), la prima impressione è sempre negativa, o quasi.

Sì, risulto antipatico.

E allora? E allora ho imparato che la vita, a volte, ci mette di fronte a queste situazioni di imbarazzo, di conoscenza a senso unico solo per farci riprendere, per fare in modo di negare l’aforisma del caro vecchio Oscar e dire “Sì, c’è una seconda volta, perchè in fondo la prima volta non c’è stata nessuna impressione”, che può suonare come una sorta di “si può sempre recuperare”.
Dai, siamo sinceri, anche la persona più simpatica del mondo può ciccare la prima, quindi perchè non sfruttare la seconda o terza volta, la nuova stretta di mano, l’ennesimo “piacere, ecc…” per costruire quello che poi sarà il nostro timbro di identificazione, per stabilire se avviene o meno l’imprinting? In fondo è come avere in mano il meraviglioso “cancella memoria” di Men In Black…


Poi beh, se siete persone antipatiche o spiacevoli tali rimarrete, ma sono sicuro che chi segue questo blog non appartenga a queste categorie ;D. 




giovedì 23 giugno 2016

L'uomo nello specchio

Ci sono artisti che hanno segnato, o che continuano a segnare la nostra vita.

C’è chi è rimasto figlio dei fiori, che ha vissuto il ’68, gli anni della ribellione.

Che dal tentare improbabili strimpellamenti di inni nazionali rock version è passato alla disco music, per poi arrivare a vedere i propri figli o i propri nipoti avere in qualcosa di più piccolo di un accendino l’intera discografia di un artista.

Ecco, un artista che ha segnato la mia infanzia e che ancora oggi, dopo la sua scomparsa, continua a stupirmi, è il re del pop: Michael Jackson.

Tutti, ma proprio tutti, sappiamo dei vari record battuti da questo grande della musica, dei milioni di copie vendute con “Thriller”, degli assoli di chitarra famosi contenuti nei suoi brani.

Adoro, adoro davvero le sue canzoni più pop, sono sempre sempre attuali. Ma la mia preferita, stranamente, è “Man in the mirror”.
Vedete, se non la conoscete vi consiglio di ascoltarla: personalmente ogni volta che la sento mi prende un magone dentro, è davvero fantastica.
E fantastico è il testo, perché aiuta a riflettere: basta leggere solo il ritornello per capire il senso della canzone:

“I'm starting with the man in the mirror
I'm asking him to change his ways
No message could have been any clearer
If you wanna make the world a better place
Take a look at yourself, and then make the change”

Non c’è bisogno di traduzione. Il cambiamento parte da noi stessi, il mondo cambia se siamo noi che cambiamo per primi.
Lo specchio, il riflesso di quello che siamo, oltre che riflettere aiuta a riflettere. Non ho mai pensato fosse un caso, una coincidenza l’uso di questo verbo.

Riflettere.

Io non adoro stare davanti ad uno specchio, praticamente nemmeno per vedere se un vestito mi calza a pennello o meno.
Semplicemente, non mi piace. E forse so il perché…
Allo specchio sono costretto a riflettere, a guardarmi negli occhi, a capire cosa della mia giornata, della mia settimana non sia andato bene, cosa io abbia fatto per me e come mi sia comportato.
Non so se la sensazione che provate voi è la stessa, ma per me a volte è problematico guardarmi negli occhi.
Non reggo il mio sguardo.
Però, volente o nolente, la mattina appena sveglio devo lavarmi la faccia, e sono costretto a guardarmi allo specchio, fosse anche per soli 2 secondi. E in quei 2 secondi decido come dovrà essere la mia giornata, in cosa potrò dare il mio contributo, come potrò essere partecipe del cambiamento.

Vi invito a farlo, mettetevi davanti allo specchio e guardatevi negli occhi senza superficialità. Vedrete che nessuno di voi reggerà lo sguardo della propria anima, e che anche il più pio avrà qualcosa da recriminarsi.

Però con il giusto occhio riuscirete a dare una carica diversa alla vostra giornata, e vi sentirete fieri di voi stessi perché realizzerete ciò che pensate.
O almeno ci proverete.

Anzi, ci proveremo.


Iniziamo dall’uomo nello specchio.




lunedì 12 maggio 2014

Life on stage

Lo so, lo so: stavolta sono stato un po' assente, ma ho un buon motivo per esserlo stato, e ve lo voglio raccontare in queste righe che segneranno il ritorno alla "normalità". Molti di voi (e approfitto per ringraziarli) sanno già il motivo della mia lunga assenza, e per chi non lo sapesse lo dico:sono stato rapito. Alieni, extraterrestri, anonime sarde...No! Molto peggio, molto... Riscatti? Sì, pagati davvero cari... Lo confesso, me la sono cercata però, non sono stato costretto, ma lo rifarei altre migliaia di volte. Sono stato chiuso ore ed ore nello stesso luogo, spesso nelle stesse pose, con il cuore che batteva all'impazzata. Sono stato sotto luci fortissime, sempre con gli stessi vestiti...Ho perso la cognizione del tempo, dello spazio, ho avuto finanche la sindrome di Stoccolma... Ed ora che sono libero posso dirlo, posso dire chi erano i miei rapitori! Appuntato scriva: il cittadino A.G. veniva trattenuto nel suo volere da...da... DAL TEATRO! Ebbene sì, lo confesso:sono stato rapito dal palcoscenico! Ma non un palcoscenico qualunque, ma il palcoscenico del Musical!!!! Prove, prove e ancora prove, passi passi salti attacchi, cambi costume, cori...sì, sì, ancora, sempre di più...scusate il delirio da overdose di Voltaren ma quando hai un sogno che diventa realtà,  e una realtà che è passione questa è una delle controindicazioni: la dipendenza con l'assuefazione. Non senti stanchezza, non senti il calore delle luci, non senti più il tuo quotidiano ma ti senti un po' israelita, un po' 80's e un po' egizio...dimentichi il tuo profilo, dimentichi i tuoi occhi struccati o la tua pelle colore naturale, i tuoi vestiti quotidiani diventano la tua maschera, la tua casa diventa la finzione, i tuoi amici il cast...tutto si scambia in quel turbinio di emozioni, tutto ciò che prima era copione diventa realtà,  e tutto ciò che era realtà diventa recita momentanea. Inizi, inizi a vivere una reale finzione che consideri una finta realtà, una bellissima finta realtà. Sorridi, sei triste, sei arrabbiato, scontroso ma dentro sei solo gioia all'ennesima potenza ed emozione vera. Balli, canti, stringi mani, saluti in un vortice costruito ad arte per coinvolgere te e chi ti guarda...
Che magia, che grandissima magia il teatro...
E che grandissima sofferenza vedere il vero backstage di uno spettacolo così. Sì, il vero backstage, quello fatto di chi non ti supporta, di chi rifiuta di aiutare l'arte, di chi incassa 2000 € davanti a te e rifiuta di dartene 30 con la scusa della crisi, " no grazie non ci interessa!" manco fossero soldi per la droga. E' vero, forse un po' sono per la droga, ma per una droga meravigliosa quale è l'arte, la cultura, la voglia di testimoniare che, in fondo, in una città che sembra morta la morte non ancora vince. 
Esperienze così ti fanno capire quanto sudore c'è dietro a quei visi, quanto in fin dei conti l'arte meriti di essere aiutata, quanto quei 10€ buttati lì per un biglietto siano un piccolo contributo a tenere in vita ciò che ci distingue dagli animali, ciò che ci fa brillare sotto la luce del Sole e nel pieno dell'Universo: l'intelligenza.
Voi direte che parlo così perché ho vissuto in prima persona tutto ciò, e in parte vi do ragione, ma solo in parte; perché prima avrei titubato un secondo prima di spenderli quei 10€ e avrei cercato un amico che mi facesse compagnia, ma ora non tituberei più: una, due birrette le bevi e finiscono, una canzoncina ti rimane in testa, un'opera ti rimane nella mente e nell'anima, ti accresce più di quanto ti riempia una mera consumazione alcolica.
E ora...ora vi scrivo in una sorta di depressione del post, di quelle che vengono quando finisce qualcosa e non si vede l'ora che ricominci, perché sono sicuro che ricomincerà...

Alla fine i miei sentimenti sono andati SOLD OUT.






giovedì 27 marzo 2014

BSOL : Blue Screen Of Love

“And the Oscar goes to…”

La frase magica, quella di una vita. Quella che suona come il fischio finale dell’arbitro nell’ultima partita di un mondiale, che luccica come il display che fa brillare un nuovo record. Un titolo, un nome, qualcosa scritto sull’unico libro che non brucia, che aumenta ogni giorno di volume: il tempo.
Storie belle, bellissime, a volte no. Opere d’arte, non comprese da tutti, ma d’altronde se tutti capissero tutto non ci sarebbe nulla da studiare…

“And the winner is…”

Il tuo nome, il tuo lavoro. Ogni goccia del tuo sudore prende un peso particolare. Ogni lacrima, ogni stilla di sangue buttata in nome di una idea; perché sì, ci credi, è quella giusta! È il giusto modo di interpretare, sono le giuste luci, i costumi perfetti, le battute migliori, il suono più paradisiaco.
È la giusta forza, il giusto effetto, la partenza esatta, la curva più spinta…

“Thank you, grazie, merci, Danke”

Sì sono io, sono sulla cima dell’Olimpo, “sono il re del mondo!” come Di Caprio sul Titanic. Sofferenza, dolori, insonnia…

Pensare, pensare, pensare…

Adesso sognare. Solo realtà.

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Queste poche righe sono per me l’idea della vittoria, la giusta introduzione per fare un po’ di sano spoiler- commento su un film che ha portato a casa una statuetta.
No, non vi parlerò della Grande Bellezza ( o almeno non ora ), ma dato il mio essere romantico vi parlerò di un altro dei film al centro dell’attenzione.
Dai, un po’ di sano spoiler va bene, se non altro perché vi aiuterà ad apprezzare meglio il film se non lo avete visto ancora, o a capirlo se già avete avuto questa fortuna.
Vi parlo di “HER”, o “LEI” in versione italiana, con protagonista un grandissimo Phoenix.
Prima di introdurvi alla mia visione del film, vi riporto alcune critiche che girano on line:
“Un film violento, violento contro lo spettatore”. The Guardian.

“Oscar alla Grande Bellezza, ecco perché”. Le Monde.

“Miglior sceneggiatura originale, ma ad Aldo un decennio fa piaceva il TomTom”. Il Corriere della Sera.

“Siri vaffanculo, il film”. The Japan Times.

“Purtroppo solo fantascienza, il sogno di spegnere la fidanzata”. Focus.

“Un film blasfemo, la cover deve coprire tutto tranne la fotocamera”. Al Jazeera.

“3 attori e 4 doppiatori, i nuovi colossal low-cost”. Financial Times.


Ecco quello che gira su internet. Qualcuno diceva “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ed è una frase giustissima (giusto un po’ meno il comportamento di chi la diceva, ma lasciamo stare…) per il caso. Ma io vi offro la mia visione del film o, meglio, della storia d’amore che è al centro del film.
Nella vita reale non tutte le storie durano in eterno, finiscono anche dopo molto tempo, e quasi sempre uno dei due è ancora molto innamorato. Una storia importante inevitabilmente prende il posto di gran parte dei neuroni che abbiamo nel cervello, e si impianta lì rimanendo in testa per molto. Una mosca, o meglio una falla che si cerca di tappare subito per evitare che ne esca fuori sofferenza. Immaginate di riempire un palloncino, di esservi sforzati davvero tanto e poi puff, un forellino o un buco vero e proprio che lo fa sgonfiare. La prima cosa che si cerca è scotch, nastro di qualsiasi natura, e il palloncino si tappa.
Ma non è più lo stesso palloncino.
Nastro su nastro, colla, l’aria non esce, ma il palloncino non è più lo stesso, e prima o poi dovremo buttarlo.
Ecco, per tappare la falla dalla quale uscirebbe sofferenza in forma di ricordi si cerca la forma più semplice e immediata di contatto, nonché la più forte: il contatto corporeo, che coincide con la sessualità nel caso dell’amore.
Poco importa chi o che cosa, brutta o bella: la questione fondamentale è il contatto. Ed ecco che la corporalità, o meglio la considerazione del corpo scompare, si abbandona l’importanza dell’apparenza in favore della ricerca del piacere personale. E quando ad una persona togli il corpo, resta l’anima o, nel caso di contatto di tipo sessuale, la voce. Ecco perché si cerca la voce amica al telefono, o ecco perché la fase successiva è la voce amica che esce da un computer.
Ma cosa succede se la voce amica inizia a stimolarci? Cosa succede se quella voce inizia, in modo figurativo ,a scoprire pian piano quel cerotto che copriva tutto? Inizia ad uscire fuori il ricordo, ma il ricordo che fluisce piano piano non diventa depressione o nostalgia, ma si trasforma in stato d’animo. Se pensate ad un disastro nella sua interezza sentite tristezza e sconforto immediatamente, ma se lo pensate attimo per attimo ciò che succede è che l’ansia inizia a salire… ciò che istantaneamente arriverebbe in testa in modo immediato parte lentamente dal cuore.
Ecco cosa succede.
Se ci piace l’anima di una persona, ecco che la corporalità non diventa importante. E quale è il modo migliore per rendere partecipi gli altri della nostra anima? La voce.
La situazione da fotografare è questa: lui, fuori da una storia, che cerca di ricominciare lentamente; lei, nuova, che cerca di cominciare. Lui che dice arrivederci alla corporalità, lei che non ancora la conosce…
Si incrociano. Si seguono. Crescono insieme, ma lei più rapidamente. Si potrebbe quasi dire che l’elettronica si scalda più rapidamente del cuore umano, volendo passare ad un commento tipo leggi di trasmissione del calore, ma non lo diciamo ;) .
Ed ecco che cosa succede. Si trovano ad uno stesso livello, ma da due parti opposte, come su una gaussiana il cui picco è l’amore fisico. Lei sale rapidamente, ed arriva alla spasmodica ricerca del contatto fisico.



Lui, che arriva a questo nuovo amore dopo la sessualità, è più lento nella risalita, perché per inerzia è portato a cercare un tipo di amore che lo soddisfi spiritualmente.
Quando lei si trova sulla sommità, quando arriva a “imporre” il contatto fisico lui cerca questa risalita, ma l’inerzia del rapporto dal suo punto di vista fa sì che non ci riesca. Ci prova, cerca di nuovo la pura corporalità, ma quando l’amore vince nel suo animo egli cerca di legare la corporalità all’animo della persona che ama, e che non è quella che ha davanti. Ed è qui, davanti a due bisogni che non vanno d’accordo l’uno con l’altro, che si rovina il rapporto.
Le fasi finali, per i due protagonisti, sono completamente diverse. Lui, l’uomo, sente il sentimento della gelosia. Lei, la macchina, sente il sentimento dello “sharing”, che non ammette gelosia. Se chi amiamo ci dice di stare bene con altre 10000 persone, nessuno di noi si sente unico e abbandona la persona amata. Moltiplicate questo gesto per  10000 e avete la chiusura del sistema operativo dell’anima, che non si sente più amata da nessuno e per questo non ha ragione di esistere. Il sistema operativo esiste se c’è qualcuno a dargli l’imprinting, ma se lo abbandoniamo e non lo alimentiamo più con i nostri stati d’animo allora muore.
Ed ecco che ci ritroviamo soli, ma colleghi di sofferenza con chi ha passato le nostre stesse avventure, e che può offrirci un abbraccio, un contatto fisico unito ad un sentimento, un qualcosa che non presenti differenziazione fra contenitore e contenuto, il giusto punto di partenza per tornare ad innamorarsi di nuovo di una persona vera.


Questa è stata la mia visione del film. E la vostra?




giovedì 13 febbraio 2014

L'amore ai tempi della collera

Beh, San Valentino.
San Valentino penso sia un po’ come Natale, con la piccola differenza che, oltre ad essere tutti più buoni, si è anche tutti un po’ più innamorati.  Cuori, cuoricini, piccioncini, palloncini, pupazzetti: chi più ne ha più ne metta. Chi non ha letto il vecchio post di questo particolare giorno può leggerlo (http://imitazionedellavita.blogspot.it/2012/02/be-my-valentine.html), ma ora cambiamo un po’ timbro. Le luci, gli “spot” , come si direbbe sul palcoscenico, sono puntati sul senso dell’amore, e più in particolare sull’amore fra persone dello stesso sesso; argomento quando mai spinoso, che lascia adito a mille mila interpretazioni, opinioni, critiche, occhi sbarrati o esterrefatti.
Non so se vi è capitato di vedere quel video su internet  in cui dei bambini vengono intervistati riguardo a cosa sia l’amore e a cosa pensano dell’amore omosessuale (se non lo avete visto ve lo incorporo nel post, così potete farlo); dopo un primissimo senso di sbigottimento, e dopo che qualcuno ha addirittura confidato quelli che sono i sentimenti dei propri genitori a riguardo ( assolutamente non condivisibili ), la loro risposta è più o meno univoca: se si vogliono bene il problema dove è?


Sapete perché i bambini rispondono così, e risponderebbero così anche alcuni adulti? Ve lo spiego io in una parola unica, anzi più unica che rara al giorno d’oggi: AMORE.
I bambini focalizzano la loro attenzione sulla parola “Amore”, gli adulti (o alcuni adulti) la focalizzano sulla parola “omosessuale”, e non è una novità questa constatazione: chi conosce il sesso inevitabilmente vede l’amore un po’ più dietro le quinte, o almeno non lo vede come lo vedeva prima.  Il protagonismo di quello che è il sentimento più bello diventa co-protagonismo all’edonismo sessuale, l’innocenza del bacio pieno di emozione sfuma i propri contorni in favore di una silhouette fisicamente attraente, il monopolio del battito accelerato cade in favore di un oligopolio di emozioni, di pensieri più o meno scabrosi.
Ecco l’amore degli adulti.
Vedete, per l’amore potrebbe essere realizzato un quadro  molto molto simile a quello che Tiziano ha realizzato narrando le tre età dell’uomo, ma con una maggiore vicinanza fra la figura anziana e quella bambina.
Tiziano: "Le tre età dell'uomo"
Infatti l’anziano, che si stacca dal desiderio sessuale, torna ad una concezione dell’amore che è molto più vicina a quella del bambino rispetto a quello dell’adulto, più votata al sacrificio per l’altro e alla tenerezza.  L’anziano, tuttavia, conserva il moralismo dell’adulto, ossia conserva il pensiero sessuale dell’adulto, e pertanto risulta comunque critico nei confronti dell’omosessualità. Ma allora, quale è la giusta concezione dell’amore? Io non sono qui per insegnarvi qualcosa, non posso farlo e non voglio ambire a posizioni che non mi spettano, non voglio girare con un pullmino al suono di improbabili riarrangiamenti di canzoni dei Beatles, ma voglio invitarvi a riflettere. I vostri figli, i vostri nipoti o cugini hanno imparato la sessualità grazie ad un vostro esempio o spiegazione, o piuttosto hanno appreso tutto dal mondo che li circonda, dal cinema, dalla tv, dai libri, dalle 50 e più sfumature, dai “Porky’s” o “porci con le ali” più diffusi?
Riflettete, ora che è il periodo dell’amore, sul vero significato di questa parola e guardate che anche il Treccani segue lo sviluppo dell’idea di Amore che abbiamo noi: da “Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia” a “Sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva.”
L’Amor che move il sole e l’altre stelle.

Be my Valentine.

venerdì 17 gennaio 2014

Blog??? Blo...che???

Questo post è un po’ particolare, in quanto potrebbe servire da risposta a quanti si chiedono: ma perché tenere un blog?

Da wikipedia: “Nel gergo di Internet, un blog è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma cronologica. In genere un blog è gestito da uno o più blogger che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale. Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "diario in rete".”

Ok, la cara vecchia Wiki ha sempre una risposta per tutto, e la definizione più scolastica di un blog è proprio questa.
Al giorno d’oggi la rete è popolatissima di questi particolarissimi siti, vuoi perché in questo modo si riesce a coltivare la passione della scrittura in forma estemporanea, vuoi perché ad oggi potrebbe essere un ottimo metodo per affacciarsi ad una professione giornalistica, o addirittura per fare qualche soldino in più.
Più di una volta, per quanto mi riguarda, ho notato che i blog “specifici”, ossia quelli di fotografia, i fashion blog, make-up blog, techno-blog, ecc… riscuotono un successo clamoroso, soprattutto perché hanno avuto la capacità, la voglia, il tempo e il denaro per investire nella coltivazione di una passione che ormai è diventata un lavoro.
Però…

“Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "diario in rete".”

Forse proprio questa parte di definizione serve a capire perché io, e noi, “non ci stiamo”.
Chi di noi, in un diario, scrive recensioni di prodotti? Oppure recensioni di film? Penso proprio nessuno…