Viviamo il mondo
del social, della condivisione, della foto artistica e di quella pop, del post
impegnato e dei micetti che giocano…
Viviamo di
parole, che spesso si accompagnano ad immagini…
Immagini…
Alla fine il
mondo di oggi, il terzo millennio, o se vogliamo possiamo anche definirlo il
terzo millennio avanzato, è tutto racchiuso in un semplice concetto,
paradossalmente talmente antico da risultare basilare: la fotografia.
Cosa siamo, cosa
saremmo senza una fotografia?
E, soprattutto,
che valore ha oggi la fotografia?
Che valore ha una
foto quando non sentiamo più scattare il blocchetto di pellicole polaroid,
quando non giriamo più la rotella delle nostre Kodak usa e getta, quando non
apriamo più lo sportellino al buio per tirare fuori il rullino, quando il
nostro fotografo non ci chiama per dirci “sono pronte, può venire a ritirarle”?
Che valore hanno
quando giri tra gli scaffali, e accanto a centinaia di digital camera trovi lì,
impolverati e alquanto vetusti, degli album di foto da riempire?Oppure quando ripensi a quelli in plastica
sponsorizzati dal nostro fotografo, che contenevano le foto delle gite fatte
con la scuola?
Le fotografie…
Abbiamo fatto questi ricordi per noi stessi
Dove i nostri occhi non si chiudevano mai
I nostri cuori non si sono mai stati spezzati
E il tempo era perennemente congelato, ancora
Sapete come si fa a capire il valore che ha una fotografia al giorno d’oggi?
Strappatela.
Davvero, strappatela.
Poi guardatela strappata sul tavolo, e pensate subito a una cosa: scotch o
stampante?
Il dilemma vero: scotch o stampante?
Forse al giorno d’oggi è veramente più facile strappare una fotografia,
forse tempo fa prima di strapparla doveva succedere qualcosa… e magari lo
scotch era lì pronto all’uso, e magari lo strappo era fatto anche in modo
preciso perché tanto, bene o male, quella foto l’avreste salvata, e prima di
finire nel cestino ne sarebbe passato di tempo…
Così puoi tenermi
All'interno della tasca dei jeans strappati
Oggi la distanza fra lo strappo e il cestino è ridotta, quasi nulla…
Amare può far male, amando può ferirti a volte
Ma è l'unica cosa che so
Ma in fondo, a chi fa male tenere una fotografia? La fotografia vera è
quella che non si cancella, che non sbiadisce al Sole… e il gesto dello strappo
in fondo è solo l’ultimo, l’unico modo per cercare di rimuovere qualcosa che,
in fin dei conti, rimane comunque incancellabile…
Riflettiamo sul valore della fotografia, nel mondo di oggi che ne è pieno…
Scorriamole sul nostro smartphone e fermiamoci a pensare…
Le grandissime personalità della letteratura internazionale sono davvero moltissime, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.
Ma se c’è un artista che invidio al panorama internazionale, beh questi è sicuramente Oscar Wilde.
Un raro pozzo di intelligenza, davvero un aforisma su due che appartengono alla nostra quotidianità probabilmente lo dobbiamo a lui. Ed oggi prendo il via proprio da un suo aforisma che tutti conosciamo.
“Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta”
E’ proprio vero che non abbiamo una seconda chance per fare colpo, o per lo meno per “farci ricordare”? Quanto sono imbarazzanti le situazioni in cui noi riconosciamo la persona che abbiamo di fronte, ma lei si presenta per la seconda o terza volta?
Lo ammetto, io sono stato “vittima” di queste situazioni, ma ho imparato che a volte possono essere molto positive, perchè in fin dei conti la prima volta che incontriamo una persona potremmo non essere del mood adattato a sfoderare tutte le nostre armi di seduzione ;) .
Di me, ad esempio (e qui vi chiedo di commentare, almeno per chi mi conosce di persona, se ciò che scrivo è vero), la prima impressione è sempre negativa, o quasi.
Sì, risulto antipatico.
E allora? E allora ho imparato che la vita, a volte, ci mette di fronte a queste situazioni di imbarazzo, di conoscenza a senso unico solo per farci riprendere, per fare in modo di negare l’aforisma del caro vecchio Oscar e dire “Sì, c’è una seconda volta, perchè in fondo la prima volta non c’è stata nessuna impressione”, che può suonare come una sorta di “si può sempre recuperare”.
Dai, siamo sinceri, anche la persona più simpatica del mondo può ciccare la prima, quindi perchè non sfruttare la seconda o terza volta, la nuova stretta di mano, l’ennesimo “piacere, ecc…” per costruire quello che poi sarà il nostro timbro di identificazione, per stabilire se avviene o meno l’imprinting? In fondo è come avere in mano il meraviglioso “cancella memoria” di Men In Black…
Poi beh, se siete persone antipatiche o spiacevoli tali rimarrete, ma sono sicuro che chi segue questo blog non appartenga a queste categorie ;D.
Ci sono artisti
che hanno segnato, o che continuano a segnare la nostra vita.
C’è chi è
rimasto figlio dei fiori, che ha vissuto il ’68, gli anni della ribellione.
Che dal tentare
improbabili strimpellamenti di inni nazionali rock version è passato alla disco
music, per poi arrivare a vedere i propri figli o i propri nipoti avere in
qualcosa di più piccolo di un accendino l’intera discografia di un artista.
Ecco, un artista
che ha segnato la mia infanzia e che ancora oggi, dopo la sua scomparsa,
continua a stupirmi, è il re del pop: Michael Jackson.
Tutti, ma
proprio tutti, sappiamo dei vari record battuti da questo grande della musica,
dei milioni di copie vendute con “Thriller”, degli assoli di chitarra famosi
contenuti nei suoi brani.
Adoro, adoro davvero
le sue canzoni più pop, sono sempre sempre attuali. Ma la mia preferita,
stranamente, è “Man in the mirror”.
Vedete, se non
la conoscete vi consiglio di ascoltarla: personalmente ogni volta che la sento
mi prende un magone dentro, è davvero fantastica.
E fantastico è
il testo, perché aiuta a riflettere: basta leggere solo il ritornello per
capire il senso della canzone:
“I'm starting
with the man in the mirror
I'm asking him
to change his ways
No message could
have been any clearer
If you wanna
make the world a better place
Take a look at
yourself, and then make the change”
Non c’è bisogno
di traduzione. Il cambiamento parte da noi stessi, il mondo cambia se siamo noi
che cambiamo per primi.
Lo specchio, il
riflesso di quello che siamo, oltre che riflettere aiuta a riflettere. Non ho
mai pensato fosse un caso, una coincidenza l’uso di questo verbo.
Riflettere.
Io non adoro
stare davanti ad uno specchio, praticamente nemmeno per vedere se un vestito mi
calza a pennello o meno.
Semplicemente,
non mi piace. E forse so il perché…
Allo specchio
sono costretto a riflettere, a guardarmi negli occhi, a capire cosa della mia
giornata, della mia settimana non sia andato bene, cosa io abbia fatto per me e
come mi sia comportato.
Non so se la
sensazione che provate voi è la stessa, ma per me a volte è problematico
guardarmi negli occhi.
Non reggo il mio
sguardo.
Però, volente o
nolente, la mattina appena sveglio devo lavarmi la faccia, e sono costretto a
guardarmi allo specchio, fosse anche per soli 2 secondi. E in quei 2 secondi
decido come dovrà essere la mia giornata, in cosa potrò dare il mio contributo,
come potrò essere partecipe del cambiamento.
Vi invito a
farlo, mettetevi davanti allo specchio e guardatevi negli occhi senza
superficialità. Vedrete che nessuno di voi reggerà lo sguardo della propria
anima, e che anche il più pio avrà qualcosa da recriminarsi.
Però con il
giusto occhio riuscirete a dare una carica diversa alla vostra giornata, e vi
sentirete fieri di voi stessi perché realizzerete ciò che pensate.
Lo so, lo so: stavolta sono stato un po' assente, ma ho un buon motivo per esserlo stato, e ve lo voglio raccontare in queste righe che segneranno il ritorno alla "normalità". Molti di voi (e approfitto per ringraziarli) sanno già il motivo della mia lunga assenza, e per chi non lo sapesse lo dico:sono stato rapito. Alieni, extraterrestri, anonime sarde...No! Molto peggio, molto... Riscatti? Sì, pagati davvero cari... Lo confesso, me la sono cercata però, non sono stato costretto, ma lo rifarei altre migliaia di volte. Sono stato chiuso ore ed ore nello stesso luogo, spesso nelle stesse pose, con il cuore che batteva all'impazzata. Sono stato sotto luci fortissime, sempre con gli stessi vestiti...Ho perso la cognizione del tempo, dello spazio, ho avuto finanche la sindrome di Stoccolma... Ed ora che sono libero posso dirlo, posso dire chi erano i miei rapitori! Appuntato scriva: il cittadino A.G. veniva trattenuto nel suo volere da...da... DAL TEATRO! Ebbene sì, lo confesso:sono stato rapito dal palcoscenico! Ma non un palcoscenico qualunque, ma il palcoscenico del Musical!!!! Prove, prove e ancora prove, passi passi salti attacchi, cambi costume, cori...sì, sì, ancora, sempre di più...scusate il delirio da overdose di Voltaren ma quando hai un sogno che diventa realtà, e una realtà che è passione questa è una delle controindicazioni: la dipendenza con l'assuefazione. Non senti stanchezza, non senti il calore delle luci, non senti più il tuo quotidiano ma ti senti un po' israelita, un po' 80's e un po' egizio...dimentichi il tuo profilo, dimentichi i tuoi occhi struccati o la tua pelle colore naturale, i tuoi vestiti quotidiani diventano la tua maschera, la tua casa diventa la finzione, i tuoi amici il cast...tutto si scambia in quel turbinio di emozioni, tutto ciò che prima era copione diventa realtà, e tutto ciò che era realtà diventa recita momentanea. Inizi, inizi a vivere una reale finzione che consideri una finta realtà, una bellissima finta realtà. Sorridi, sei triste, sei arrabbiato, scontroso ma dentro sei solo gioia all'ennesima potenza ed emozione vera. Balli, canti, stringi mani, saluti in un vortice costruito ad arte per coinvolgere te e chi ti guarda...
Che magia, che grandissima magia il teatro...
E che grandissima sofferenza vedere il vero backstage di uno spettacolo così. Sì, il vero backstage, quello fatto di chi non ti supporta, di chi rifiuta di aiutare l'arte, di chi incassa 2000 € davanti a te e rifiuta di dartene 30 con la scusa della crisi, " no grazie non ci interessa!" manco fossero soldi per la droga. E' vero, forse un po' sono per la droga, ma per una droga meravigliosa quale è l'arte, la cultura, la voglia di testimoniare che, in fondo, in una città che sembra morta la morte non ancora vince.
Esperienze così ti fanno capire quanto sudore c'è dietro a quei visi, quanto in fin dei conti l'arte meriti di essere aiutata, quanto quei 10€ buttati lì per un biglietto siano un piccolo contributo a tenere in vita ciò che ci distingue dagli animali, ciò che ci fa brillare sotto la luce del Sole e nel pieno dell'Universo: l'intelligenza.
Voi direte che parlo così perché ho vissuto in prima persona tutto ciò, e in parte vi do ragione, ma solo in parte; perché prima avrei titubato un secondo prima di spenderli quei 10€ e avrei cercato un amico che mi facesse compagnia, ma ora non tituberei più: una, due birrette le bevi e finiscono, una canzoncina ti rimane in testa, un'opera ti rimane nella mente e nell'anima, ti accresce più di quanto ti riempia una mera consumazione alcolica.
E ora...ora vi scrivo in una sorta di depressione del post, di quelle che vengono quando finisce qualcosa e non si vede l'ora che ricominci, perché sono sicuro che ricomincerà...
La frase magica, quella di una vita. Quella che suona come il
fischio finale dell’arbitro nell’ultima partita di un mondiale, che luccica
come il display che fa brillare un nuovo record. Un titolo, un nome, qualcosa
scritto sull’unico libro che non brucia, che aumenta ogni giorno di volume: il
tempo.
Storie belle, bellissime, a volte no. Opere d’arte, non
comprese da tutti, ma d’altronde se tutti capissero tutto non ci sarebbe nulla
da studiare…
“And the winner is…”
Il tuo nome, il tuo lavoro. Ogni goccia del tuo sudore
prende un peso particolare. Ogni lacrima, ogni stilla di sangue buttata in nome
di una idea; perché sì, ci credi, è quella giusta! È il giusto modo di
interpretare, sono le giuste luci, i costumi perfetti, le battute migliori, il
suono più paradisiaco.
È la giusta forza, il giusto effetto, la partenza esatta, la
curva più spinta…
“Thank you, grazie, merci, Danke”
Sì sono io, sono sulla cima dell’Olimpo, “sono il re del
mondo!” come Di Caprio sul Titanic. Sofferenza, dolori, insonnia…
Queste poche righe sono per me l’idea della vittoria, la
giusta introduzione per fare un po’ di sano spoiler- commento su un film che ha
portato a casa una statuetta.
No, non vi parlerò della Grande Bellezza ( o almeno non ora ),
ma dato il mio essere romantico vi parlerò di un altro dei film al centro dell’attenzione.
Dai, un po’ di sano spoiler va bene, se non altro perché vi
aiuterà ad apprezzare meglio il film se non lo avete visto ancora, o a capirlo
se già avete avuto questa fortuna.
Vi parlo di “HER”, o “LEI” in versione italiana, con protagonista
un grandissimo Phoenix.
Prima di introdurvi alla mia visione del film, vi riporto
alcune critiche che girano on line:
“Un film violento, violento contro lo spettatore”. The
Guardian.
“Oscar alla Grande Bellezza, ecco perché”. Le Monde.
“Miglior sceneggiatura originale, ma ad Aldo un decennio fa piaceva il TomTom”.
Il Corriere della Sera.
“Siri vaffanculo, il film”. The Japan Times.
“Purtroppo solo fantascienza, il sogno di spegnere la fidanzata”. Focus.
“Un film blasfemo, la cover deve coprire tutto tranne la fotocamera”. Al
Jazeera.
“3 attori e 4 doppiatori, i nuovi colossal low-cost”. Financial Times.
Ecco quello che gira su internet. Qualcuno diceva “nel bene
o nel male, purchè se ne parli”, ed è una frase giustissima (giusto un po’ meno
il comportamento di chi la diceva, ma lasciamo stare…) per il caso. Ma io vi
offro la mia visione del film o, meglio, della storia d’amore che è al centro
del film.
Nella vita reale non tutte le storie durano in eterno,
finiscono anche dopo molto tempo, e quasi sempre uno dei due è ancora molto
innamorato. Una storia importante inevitabilmente prende il posto di gran parte
dei neuroni che abbiamo nel cervello, e si impianta lì rimanendo in testa per
molto. Una mosca, o meglio una falla che si cerca di tappare subito per evitare
che ne esca fuori sofferenza. Immaginate di riempire un palloncino, di esservi
sforzati davvero tanto e poi puff, un forellino o un buco vero e proprio che lo
fa sgonfiare. La prima cosa che si cerca è scotch, nastro di qualsiasi natura,
e il palloncino si tappa.
Ma non è più lo stesso palloncino.
Nastro su nastro, colla, l’aria non esce, ma il palloncino
non è più lo stesso, e prima o poi dovremo buttarlo.
Ecco, per tappare la falla dalla quale uscirebbe sofferenza
in forma di ricordi si cerca la forma più semplice e immediata di contatto, nonché
la più forte: il contatto corporeo, che coincide con la sessualità nel caso
dell’amore.
Poco importa chi o che cosa, brutta o bella: la questione
fondamentale è il contatto. Ed ecco che la corporalità, o meglio la
considerazione del corpo scompare, si abbandona l’importanza dell’apparenza in
favore della ricerca del piacere personale. E quando ad una persona togli il
corpo, resta l’anima o, nel caso di contatto di tipo sessuale, la voce. Ecco perché
si cerca la voce amica al telefono, o ecco perché la fase successiva è la voce
amica che esce da un computer.
Ma cosa succede se la voce amica inizia a stimolarci? Cosa succede
se quella voce inizia, in modo figurativo ,a scoprire pian piano quel cerotto
che copriva tutto? Inizia ad uscire fuori il ricordo, ma il ricordo che fluisce
piano piano non diventa depressione o nostalgia, ma si trasforma in stato d’animo.
Se pensate ad un disastro nella sua interezza sentite tristezza e sconforto immediatamente,
ma se lo pensate attimo per attimo ciò che succede è che l’ansia inizia a
salire… ciò che istantaneamente arriverebbe in testa in modo immediato parte
lentamente dal cuore.
Ecco cosa succede.
Se ci piace l’anima di una persona, ecco che la corporalità
non diventa importante. E quale è il modo migliore per rendere partecipi gli
altri della nostra anima? La voce.
La situazione da fotografare è questa: lui, fuori da una
storia, che cerca di ricominciare lentamente; lei, nuova, che cerca di
cominciare. Lui che dice arrivederci alla corporalità, lei che non ancora la
conosce…
Si incrociano. Si seguono. Crescono insieme, ma lei più
rapidamente. Si potrebbe quasi dire che l’elettronica si scalda più rapidamente
del cuore umano, volendo passare ad un commento tipo leggi di trasmissione del
calore, ma non lo diciamo ;) .
Ed ecco che cosa succede. Si trovano ad uno stesso livello,
ma da due parti opposte, come su una gaussiana il cui picco è l’amore fisico.
Lei sale rapidamente, ed arriva alla spasmodica ricerca del contatto fisico.
Lui, che arriva a questo nuovo amore dopo la sessualità, è
più lento nella risalita, perché per inerzia è portato a cercare un tipo di
amore che lo soddisfi spiritualmente.
Quando lei si trova sulla sommità, quando arriva a “imporre”
il contatto fisico lui cerca questa risalita, ma l’inerzia del rapporto dal suo
punto di vista fa sì che non ci riesca. Ci prova, cerca di nuovo la pura
corporalità, ma quando l’amore vince nel suo animo egli cerca di legare la
corporalità all’animo della persona che ama, e che non è quella che ha davanti.
Ed è qui, davanti a due bisogni che non vanno d’accordo l’uno con l’altro, che
si rovina il rapporto.
Le fasi finali, per i due protagonisti, sono completamente
diverse. Lui, l’uomo, sente il sentimento della gelosia. Lei, la macchina,
sente il sentimento dello “sharing”, che non ammette gelosia. Se chi amiamo ci
dice di stare bene con altre 10000 persone, nessuno di noi si sente unico e
abbandona la persona amata. Moltiplicate questo gesto per 10000 e avete la chiusura del sistema
operativo dell’anima, che non si sente più amata da nessuno e per questo non ha
ragione di esistere. Il sistema operativo esiste se c’è qualcuno a dargli l’imprinting,
ma se lo abbandoniamo e non lo alimentiamo più con i nostri stati d’animo
allora muore.
Ed ecco che ci ritroviamo soli, ma colleghi di sofferenza
con chi ha passato le nostre stesse avventure, e che può offrirci un abbraccio,
un contatto fisico unito ad un sentimento, un qualcosa che non presenti
differenziazione fra contenitore e contenuto, il giusto punto di partenza per
tornare ad innamorarsi di nuovo di una persona vera.
Questa è stata la mia visione del film. E la vostra?
San Valentino penso sia un po’ come Natale, con la piccola
differenza che, oltre ad essere tutti più buoni, si è anche tutti un po’ più
innamorati. Cuori, cuoricini,
piccioncini, palloncini, pupazzetti: chi più ne ha più ne metta. Chi non ha letto
il vecchio post di questo particolare giorno può leggerlo (http://imitazionedellavita.blogspot.it/2012/02/be-my-valentine.html),
ma ora cambiamo un po’ timbro. Le luci, gli “spot” , come si direbbe sul
palcoscenico, sono puntati sul senso dell’amore, e più in particolare sull’amore
fra persone dello stesso sesso; argomento quando mai spinoso, che lascia adito
a mille mila interpretazioni, opinioni, critiche, occhi sbarrati o
esterrefatti.
Non so se vi è capitato di vedere quel video su
internet in cui dei bambini vengono
intervistati riguardo a cosa sia l’amore e a cosa pensano dell’amore
omosessuale (se non lo avete visto ve lo incorporo nel post, così potete
farlo); dopo un primissimo senso di sbigottimento, e dopo che qualcuno ha
addirittura confidato quelli che sono i sentimenti dei propri genitori a
riguardo ( assolutamente non condivisibili ), la loro risposta è più o meno
univoca: se si vogliono bene il problema dove è?
Sapete perché i bambini rispondono così, e risponderebbero
così anche alcuni adulti? Ve lo spiego io in una parola unica, anzi più unica
che rara al giorno d’oggi: AMORE.
I bambini focalizzano la loro attenzione sulla parola “Amore”,
gli adulti (o alcuni adulti) la focalizzano sulla parola “omosessuale”, e non
è una novità questa constatazione: chi conosce il sesso inevitabilmente vede l’amore
un po’ più dietro le quinte, o almeno non lo vede come lo vedeva prima. Il protagonismo di quello che è il sentimento
più bello diventa co-protagonismo all’edonismo sessuale, l’innocenza del bacio
pieno di emozione sfuma i propri contorni in favore di una silhouette fisicamente
attraente, il monopolio del battito accelerato cade in favore di un oligopolio
di emozioni, di pensieri più o meno scabrosi.
Ecco l’amore degli adulti.
Vedete, per l’amore potrebbe essere realizzato un quadro molto molto simile a quello che Tiziano ha
realizzato narrando le tre età dell’uomo, ma con una maggiore vicinanza fra la
figura anziana e quella bambina.
Tiziano: "Le tre età dell'uomo"
Infatti l’anziano, che si stacca dal desiderio
sessuale, torna ad una concezione dell’amore che è molto più vicina a quella
del bambino rispetto a quello dell’adulto, più votata al sacrificio per l’altro
e alla tenerezza. L’anziano, tuttavia,
conserva il moralismo dell’adulto, ossia conserva il pensiero sessuale dell’adulto,
e pertanto risulta comunque critico nei confronti dell’omosessualità. Ma allora,
quale è la giusta concezione dell’amore? Io non sono qui per insegnarvi
qualcosa, non posso farlo e non voglio ambire a posizioni che non mi spettano,
non voglio girare con un pullmino al suono di improbabili riarrangiamenti di
canzoni dei Beatles, ma voglio invitarvi a riflettere. I vostri figli, i vostri
nipoti o cugini hanno imparato la sessualità grazie ad un vostro esempio o
spiegazione, o piuttosto hanno appreso tutto dal mondo che li circonda, dal
cinema, dalla tv, dai libri, dalle 50 e più sfumature, dai “Porky’s” o “porci
con le ali” più diffusi?
Riflettete, ora che è il periodo dell’amore, sul vero
significato di questa parola e guardate che anche il Treccani segue lo sviluppo
dell’idea di Amore che abbiamo noi: da “Sentimento di viva affezione verso una
persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di
ricercarne la compagnia” a “Sentimento che attrae e unisce due persone
(ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere
forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in
misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto
sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva.”
Questo post è un po’ particolare,
in quanto potrebbe servire da risposta a quanti si chiedono: ma perché tenere
un blog?
Da wikipedia: “Nel gergo di
Internet, un blog è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono
visualizzati in forma cronologica. In genere un blog è gestito da uno o più
blogger che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in
forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile ad un
articolo di giornale. Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero
"diario in rete".”
Ok, la cara vecchia Wiki ha
sempre una risposta per tutto, e la definizione più scolastica di un blog è
proprio questa.
Al giorno d’oggi la rete è
popolatissima di questi particolarissimi siti, vuoi perché in questo modo si
riesce a coltivare la passione della scrittura in forma estemporanea, vuoi perché
ad oggi potrebbe essere un ottimo metodo per affacciarsi ad una professione
giornalistica, o addirittura per fare qualche soldino in più.
Più di una volta, per quanto mi
riguarda, ho notato che i blog “specifici”, ossia quelli di fotografia, i fashion
blog, make-up blog, techno-blog, ecc… riscuotono un successo clamoroso,
soprattutto perché hanno avuto la capacità, la voglia, il tempo e il denaro per
investire nella coltivazione di una passione che ormai è diventata un lavoro.
Però…
“Il termine blog è la contrazione
di web-log, ovvero "diario in rete".”
Forse proprio questa parte di
definizione serve a capire perché io, e noi, “non ci stiamo”.
Chi di noi, in un diario, scrive
recensioni di prodotti? Oppure recensioni di film? Penso proprio nessuno…