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martedì 25 aprile 2017

Da grande sarò...

Il post di oggi scaturisce da una considerazione fatta lì, nelle vaste lande spettrali direzione Moncenisio, lande che non hanno nulla da invidiare a quelle cinematografiche di stampo tolkienistico.

Le donne nascono con il sogno di essere principesse, gli uomini sognano di diventare calciatori o piloti, o in generale non sognano la nobiltà.

E’ un dato di fatto: la donna ha intrinsecamente voglia di nobiltà. Sappiamo tutti, però, che sposare un principe è assai raro, salvo se non hai una famiglia che ti istruisce fin da piccola per quello (lessons in love made in UK).

Tutto questo a cosa ci porta, vi chiederete voi. Semplice, non esiste, e non esisterà mai una relazione completamente disinteressata e feeling-ness (scusate il neologismo, ma mi piace molto) da parte dell’universo femminile, e di questa superiorità sentimentale prima ne prendiamo atto e meglio è.
Ma soprattutto, prima ne prendiamo atto e prima impariamo a trattare meglio il 50% della popolazione mondiale. 
I “friends with benefits” non esistono, o perlomeno non esistono su entrambi i fronti. E questo conferma ancora una volta la superiorità femminile da questo punto di vista; noi uomini nasciamo soldati, calciatori, piloti, scienziati, medici, dentisti, economisti, ingegneri, giocatori di basket, pallavolo, curling, bocce, freccette e, proprio in fondo alla lista, principi. Perchè, diciamola tutta, a noi la vita di corte fa schifo, non ci piace il the delle cinque, preferiamo pane e porchetta ai biscottini e le mani morte discotecare ai balli pomposi. Non sappiamo l’organza cosa sia, la seta non ci piace, e a malapena distinguiamo i colori dell’arcobaleno. 

Le donne.

Le donne invece adorano essere principesse, è il loro sogno, e crescono con delle favole che aiuta loro a sognare questa condizione. Poco importa se sette nani incutono terrore, se topolini trainano carrozze o sorellastre minacciano, se si vive in apnea in fondo al mare o se bisogna custodire una rosa sotto una campana di vetro con un uomo che glabbro proprio non è.

Non confondetevi, il mio non  è un post femminista, ma un mero dato di fatto: non esiste una donna slegata dai sentimenti. Tenetelo bene a mente quando vorrete fare i “friends with benefits”, perchè le donne conoscono tutte le sfumature di quello che per noi è un semplice rosso, al più classificabile come rosso Ferrari, e conoscono sicuramente meglio di noi tutte le sfumature dell’amore.

Uomini, magari domani andiamo a lavoro con un pensiero in più.


E su un cavallo bianco.



venerdì 23 gennaio 2015

La magia della scienza

Non ricordo sia mai successo ...
Anzi, forse proprio non è successo: film candidati all'Oscar, film blockbuster da grandi botteghini.
Film che non sono boiate pazzesche (anche se, lo ammetto, rido di continuo per il trailer di Maccio) ma che raccontano vite di grandi uomini del passato (Turing)  e del presente (Hawking).
Non posso crederci. Eppure voglio crederci.
Perché in fondo, a pescare nella grande storia del mondo, dei grandissimi personaggi, ce ne sarebbe per kolossal da qui al 2200.
E dire che quelli pescati sono grandissimi
personaggi per gli addetti ai lavori (tranne Hawking, che il grande Groening e gli infiniti Pink Floyd hanno inserito nelle loro produzioni), ma non sono dei più noti al pubblico di massa,  e forse è anche per quello che risultano vincenti.
Incuriosiscono, anche grazie all'avvincente costruzione della pellicola, alla meravigliosa colonna sonora.  Si fanno amare, perché per chi se lo fosse scordato il computer è nato dalla mente di uno degli omosessuali più famosi della storia (e qui invito alla riflessione qualche omofobo), mentre le meraviglie del nostro Universo si sono dispiegate davanti ad un piccolo uomo purtroppo malato.
E si piange. Si piange perché, alla fine, capisci che quei personaggi sono meno famosi di tante soubrette e farfalline varie, hanno salvato milioni di persone e praticamente nessuno li conosce, studiano da decenni quell'unica formula che è forse il sinonimo più prossimo di Dio e forse chiunque di noi potrebbe rubargli il posto al supermercato.
Si piango, ma anche un po' di gioia, perché quando vedo opere di questo tipo torno a pensare alla meraviglia del cinema e al perché è nato e al motivo che io attribuisco alla sua nascita: insegnare con le immagini.
Alan e Stephen, benvenuti nel club di quelli sulla bocca di tutti almeno per un po'.

Almeno fino al prossimo di Zalone.

giovedì 27 marzo 2014

BSOL : Blue Screen Of Love

“And the Oscar goes to…”

La frase magica, quella di una vita. Quella che suona come il fischio finale dell’arbitro nell’ultima partita di un mondiale, che luccica come il display che fa brillare un nuovo record. Un titolo, un nome, qualcosa scritto sull’unico libro che non brucia, che aumenta ogni giorno di volume: il tempo.
Storie belle, bellissime, a volte no. Opere d’arte, non comprese da tutti, ma d’altronde se tutti capissero tutto non ci sarebbe nulla da studiare…

“And the winner is…”

Il tuo nome, il tuo lavoro. Ogni goccia del tuo sudore prende un peso particolare. Ogni lacrima, ogni stilla di sangue buttata in nome di una idea; perché sì, ci credi, è quella giusta! È il giusto modo di interpretare, sono le giuste luci, i costumi perfetti, le battute migliori, il suono più paradisiaco.
È la giusta forza, il giusto effetto, la partenza esatta, la curva più spinta…

“Thank you, grazie, merci, Danke”

Sì sono io, sono sulla cima dell’Olimpo, “sono il re del mondo!” come Di Caprio sul Titanic. Sofferenza, dolori, insonnia…

Pensare, pensare, pensare…

Adesso sognare. Solo realtà.

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Queste poche righe sono per me l’idea della vittoria, la giusta introduzione per fare un po’ di sano spoiler- commento su un film che ha portato a casa una statuetta.
No, non vi parlerò della Grande Bellezza ( o almeno non ora ), ma dato il mio essere romantico vi parlerò di un altro dei film al centro dell’attenzione.
Dai, un po’ di sano spoiler va bene, se non altro perché vi aiuterà ad apprezzare meglio il film se non lo avete visto ancora, o a capirlo se già avete avuto questa fortuna.
Vi parlo di “HER”, o “LEI” in versione italiana, con protagonista un grandissimo Phoenix.
Prima di introdurvi alla mia visione del film, vi riporto alcune critiche che girano on line:
“Un film violento, violento contro lo spettatore”. The Guardian.

“Oscar alla Grande Bellezza, ecco perché”. Le Monde.

“Miglior sceneggiatura originale, ma ad Aldo un decennio fa piaceva il TomTom”. Il Corriere della Sera.

“Siri vaffanculo, il film”. The Japan Times.

“Purtroppo solo fantascienza, il sogno di spegnere la fidanzata”. Focus.

“Un film blasfemo, la cover deve coprire tutto tranne la fotocamera”. Al Jazeera.

“3 attori e 4 doppiatori, i nuovi colossal low-cost”. Financial Times.


Ecco quello che gira su internet. Qualcuno diceva “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ed è una frase giustissima (giusto un po’ meno il comportamento di chi la diceva, ma lasciamo stare…) per il caso. Ma io vi offro la mia visione del film o, meglio, della storia d’amore che è al centro del film.
Nella vita reale non tutte le storie durano in eterno, finiscono anche dopo molto tempo, e quasi sempre uno dei due è ancora molto innamorato. Una storia importante inevitabilmente prende il posto di gran parte dei neuroni che abbiamo nel cervello, e si impianta lì rimanendo in testa per molto. Una mosca, o meglio una falla che si cerca di tappare subito per evitare che ne esca fuori sofferenza. Immaginate di riempire un palloncino, di esservi sforzati davvero tanto e poi puff, un forellino o un buco vero e proprio che lo fa sgonfiare. La prima cosa che si cerca è scotch, nastro di qualsiasi natura, e il palloncino si tappa.
Ma non è più lo stesso palloncino.
Nastro su nastro, colla, l’aria non esce, ma il palloncino non è più lo stesso, e prima o poi dovremo buttarlo.
Ecco, per tappare la falla dalla quale uscirebbe sofferenza in forma di ricordi si cerca la forma più semplice e immediata di contatto, nonché la più forte: il contatto corporeo, che coincide con la sessualità nel caso dell’amore.
Poco importa chi o che cosa, brutta o bella: la questione fondamentale è il contatto. Ed ecco che la corporalità, o meglio la considerazione del corpo scompare, si abbandona l’importanza dell’apparenza in favore della ricerca del piacere personale. E quando ad una persona togli il corpo, resta l’anima o, nel caso di contatto di tipo sessuale, la voce. Ecco perché si cerca la voce amica al telefono, o ecco perché la fase successiva è la voce amica che esce da un computer.
Ma cosa succede se la voce amica inizia a stimolarci? Cosa succede se quella voce inizia, in modo figurativo ,a scoprire pian piano quel cerotto che copriva tutto? Inizia ad uscire fuori il ricordo, ma il ricordo che fluisce piano piano non diventa depressione o nostalgia, ma si trasforma in stato d’animo. Se pensate ad un disastro nella sua interezza sentite tristezza e sconforto immediatamente, ma se lo pensate attimo per attimo ciò che succede è che l’ansia inizia a salire… ciò che istantaneamente arriverebbe in testa in modo immediato parte lentamente dal cuore.
Ecco cosa succede.
Se ci piace l’anima di una persona, ecco che la corporalità non diventa importante. E quale è il modo migliore per rendere partecipi gli altri della nostra anima? La voce.
La situazione da fotografare è questa: lui, fuori da una storia, che cerca di ricominciare lentamente; lei, nuova, che cerca di cominciare. Lui che dice arrivederci alla corporalità, lei che non ancora la conosce…
Si incrociano. Si seguono. Crescono insieme, ma lei più rapidamente. Si potrebbe quasi dire che l’elettronica si scalda più rapidamente del cuore umano, volendo passare ad un commento tipo leggi di trasmissione del calore, ma non lo diciamo ;) .
Ed ecco che cosa succede. Si trovano ad uno stesso livello, ma da due parti opposte, come su una gaussiana il cui picco è l’amore fisico. Lei sale rapidamente, ed arriva alla spasmodica ricerca del contatto fisico.



Lui, che arriva a questo nuovo amore dopo la sessualità, è più lento nella risalita, perché per inerzia è portato a cercare un tipo di amore che lo soddisfi spiritualmente.
Quando lei si trova sulla sommità, quando arriva a “imporre” il contatto fisico lui cerca questa risalita, ma l’inerzia del rapporto dal suo punto di vista fa sì che non ci riesca. Ci prova, cerca di nuovo la pura corporalità, ma quando l’amore vince nel suo animo egli cerca di legare la corporalità all’animo della persona che ama, e che non è quella che ha davanti. Ed è qui, davanti a due bisogni che non vanno d’accordo l’uno con l’altro, che si rovina il rapporto.
Le fasi finali, per i due protagonisti, sono completamente diverse. Lui, l’uomo, sente il sentimento della gelosia. Lei, la macchina, sente il sentimento dello “sharing”, che non ammette gelosia. Se chi amiamo ci dice di stare bene con altre 10000 persone, nessuno di noi si sente unico e abbandona la persona amata. Moltiplicate questo gesto per  10000 e avete la chiusura del sistema operativo dell’anima, che non si sente più amata da nessuno e per questo non ha ragione di esistere. Il sistema operativo esiste se c’è qualcuno a dargli l’imprinting, ma se lo abbandoniamo e non lo alimentiamo più con i nostri stati d’animo allora muore.
Ed ecco che ci ritroviamo soli, ma colleghi di sofferenza con chi ha passato le nostre stesse avventure, e che può offrirci un abbraccio, un contatto fisico unito ad un sentimento, un qualcosa che non presenti differenziazione fra contenitore e contenuto, il giusto punto di partenza per tornare ad innamorarsi di nuovo di una persona vera.


Questa è stata la mia visione del film. E la vostra?




giovedì 13 febbraio 2014

L'amore ai tempi della collera

Beh, San Valentino.
San Valentino penso sia un po’ come Natale, con la piccola differenza che, oltre ad essere tutti più buoni, si è anche tutti un po’ più innamorati.  Cuori, cuoricini, piccioncini, palloncini, pupazzetti: chi più ne ha più ne metta. Chi non ha letto il vecchio post di questo particolare giorno può leggerlo (http://imitazionedellavita.blogspot.it/2012/02/be-my-valentine.html), ma ora cambiamo un po’ timbro. Le luci, gli “spot” , come si direbbe sul palcoscenico, sono puntati sul senso dell’amore, e più in particolare sull’amore fra persone dello stesso sesso; argomento quando mai spinoso, che lascia adito a mille mila interpretazioni, opinioni, critiche, occhi sbarrati o esterrefatti.
Non so se vi è capitato di vedere quel video su internet  in cui dei bambini vengono intervistati riguardo a cosa sia l’amore e a cosa pensano dell’amore omosessuale (se non lo avete visto ve lo incorporo nel post, così potete farlo); dopo un primissimo senso di sbigottimento, e dopo che qualcuno ha addirittura confidato quelli che sono i sentimenti dei propri genitori a riguardo ( assolutamente non condivisibili ), la loro risposta è più o meno univoca: se si vogliono bene il problema dove è?


Sapete perché i bambini rispondono così, e risponderebbero così anche alcuni adulti? Ve lo spiego io in una parola unica, anzi più unica che rara al giorno d’oggi: AMORE.
I bambini focalizzano la loro attenzione sulla parola “Amore”, gli adulti (o alcuni adulti) la focalizzano sulla parola “omosessuale”, e non è una novità questa constatazione: chi conosce il sesso inevitabilmente vede l’amore un po’ più dietro le quinte, o almeno non lo vede come lo vedeva prima.  Il protagonismo di quello che è il sentimento più bello diventa co-protagonismo all’edonismo sessuale, l’innocenza del bacio pieno di emozione sfuma i propri contorni in favore di una silhouette fisicamente attraente, il monopolio del battito accelerato cade in favore di un oligopolio di emozioni, di pensieri più o meno scabrosi.
Ecco l’amore degli adulti.
Vedete, per l’amore potrebbe essere realizzato un quadro  molto molto simile a quello che Tiziano ha realizzato narrando le tre età dell’uomo, ma con una maggiore vicinanza fra la figura anziana e quella bambina.
Tiziano: "Le tre età dell'uomo"
Infatti l’anziano, che si stacca dal desiderio sessuale, torna ad una concezione dell’amore che è molto più vicina a quella del bambino rispetto a quello dell’adulto, più votata al sacrificio per l’altro e alla tenerezza.  L’anziano, tuttavia, conserva il moralismo dell’adulto, ossia conserva il pensiero sessuale dell’adulto, e pertanto risulta comunque critico nei confronti dell’omosessualità. Ma allora, quale è la giusta concezione dell’amore? Io non sono qui per insegnarvi qualcosa, non posso farlo e non voglio ambire a posizioni che non mi spettano, non voglio girare con un pullmino al suono di improbabili riarrangiamenti di canzoni dei Beatles, ma voglio invitarvi a riflettere. I vostri figli, i vostri nipoti o cugini hanno imparato la sessualità grazie ad un vostro esempio o spiegazione, o piuttosto hanno appreso tutto dal mondo che li circonda, dal cinema, dalla tv, dai libri, dalle 50 e più sfumature, dai “Porky’s” o “porci con le ali” più diffusi?
Riflettete, ora che è il periodo dell’amore, sul vero significato di questa parola e guardate che anche il Treccani segue lo sviluppo dell’idea di Amore che abbiamo noi: da “Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia” a “Sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva.”
L’Amor che move il sole e l’altre stelle.

Be my Valentine.

mercoledì 10 luglio 2013

La mia vita è uno zoo

Come annunciato qualche ora fa, sul blog ci sarà un appuntamento fisso (e ovviamente questa cosa è aperta anche agli altri autori) e sarà relativo al cinema. Questo appuntamento vorrà essere un po’ una recensione, un po’ un consiglio, come di quelli che si darebbero tra amici, un po’ uno spunto di riflessione per chi il film lo ha già visto e vuole condividere sfumature, piccoli significati e riflessioni che portano ad apprezzare molto di più il film in questione.
Ok, ho capito, ho già scritto un post poco tempo fa, però questo è diverso, quindi sorbitevi un po’ di questa pappardella, e poi magari vi viene in mente di vedere il film che vi consiglio, e vi invito a commentare questo post.
Il film di cui vi parlo oggi ha un titolo che tutto farebbe intuire, fuorché un film di un livello davvero molto alto: La mia vita è uno zoo (tratto da una storia vera).
Il titolo porterebbe a pensare che si tratti di uno di quei film un po’ stupidi, e invece no. È un film di una delicatezza fuori dal comune, un film che già a partire dalla fotografia, dai colori utilizzati ti porta nel caldo abbraccio di un gruppo-famiglia come quello protagonista del film.
Brevemente la trama (ancora grazie a wiki ;) )

Sconvolto dalla morte della moglie, Benjamin Mee decide di rivoluzionare la propria vita e quella dei figli, lasciando il (redditizio) lavoro di reporter e decidendo di cambiare casa. Ma c'è un problema: la casa "ideale" che lui sceglie si trova in un vecchio e decrepito zoo, completo di 200 animali esotici e "lontano 9 miglia dal negozio di alimentari più vicino". La casa, per contratto, può essere acquistata solo da un acquirente che prometta di mantenere attivo lo zoo. Nonostante i numerosi imprevisti (economico-finanziari, di gestione famigliare ed elaborazione del lutto), Ben e i due figli riusciranno con tenacia a rendere presentabile lo zoo, in quella che a tutti gli effetti si tramuta in una sfida che si carica di ben altri significati (il tutto con l'aiuto di una stravagante compagnia di inservienti, capeggiata dal personaggio di Scarlett Johansson).

Il film così relegato nelle poche righe di una trama scritta da qualcuno sembra essere davvero un film qualsiasi, ma fidatevi che non lo è. L’avventura che la famiglia affronta, e in particolare il capofamiglia (Matt Damon) è ricca di episodi che hanno significati nascosti rintracciabili confrontando ciò che succede al personaggio con ciò che avviene nel mondo animale che lo circonderà.
Un esempio su tutti, e non li dico tutti per non rovinarvi il film, è quello della vicenda della tigre Spar.
La tigre è malata e tutti consigliano a Ben di farla sopprimere perché non ce la fa più. Lui si ostina a curarla, cerca di starle vicino, di darle medicine, ma la tigre rinuncia ad essere aiutata, vuole apparire più forte ma non lo è. Ad un certo punto capisce che non può farcela più e decide che è pronta ad andare via, e anche Ben si accorge di questo, e la lascia andare. Ma dappertutto tiene vivo il suo ricordo utilizzando un disegno del figlio come nuovo logo dello zoo, un disegno che ritrae proprio quella tigre e che lui piazza ovunque, così come lui in giro per la città vedeva dappertutto la sua moglie ormai morta. Ecco, alla luce di quanto vi ho scritto ora, provate a guardare il film, a scorgere le vicende che superficialmente sembrano solo di contorno al film ma che in realtà sono colonne portanti dello stesso, perché accompagnano il protagonista lungo un viaggio che lo vedeva concentrato sugli esseri umani, che lo ha visto più concentrato sugli animali una volta che l’essere umano che più contava per lui lo ha abbandonato, ma che lo ha visto ritornare a vivere da umano alla chiusura del circolo delle vicende.
Chiaramente aspettatevi anche qualche lacrima, io perlomeno mi sono commosso tutto il film, ma sono abbastanza sensibile al bel cinema, e non me ne vergogno ;).
Insomma, questo è il film che vi consiglio questa settimana.

Sai, a volte tutto ciò di cui hai bisogno sono venti secondi di coraggio folle. Letteralmente, venti secondi di audacia imbarazzante. E ti assicuro che ne verrà fuori qualcosa di grande.




sabato 29 giugno 2013

Cinema e 1, cinema e 2, cinema e 3!

Settimana film. 
Sapete, ho proprio una grande passione per il cinema, l’unica cosa che mi frena è che ormai il prezzo del biglietto è arrivato ad un livello tale che sembra di stare acquisendo una parte dei diritti d’autore del film, per cui sempre meno persone si accalcano davanti alle biglietterie, e le uniche code per i film che vedo sono quelle sui Bittorrent, JDownloader, ecc… (per inciso, software di download pirata ;) ).
Il buon cinema vale il biglietto, checché se ne dica, ma il prezzo andrebbe ridimensionato. Proposta degli ultimi tempi negli USA è quella di un biglietto proporzionato alla spesa per la realizzazione del film, e questa cosa mi ha fatto venire in mente, insieme a tante altre, una parte di questo post ( il titolo del post, per chi non lo avesse colto, riprende un banditore d'asta).
Vedete, in questa settimana, da grande appassionato soprattutto delle storie di supereroi, sono stato ( insieme al fidato coautore del blog, che aspetto sempre si dimostri tale ;) ) al cinema a vedere “L’uomo d’acciaio”, risposta ferro-carboniosa della DC comics al grandissimo “Iron Man”, che di diverso oltre ai poteri ha solo il materiale.
Da bambini i primi supereroi ai quali ci siamo abituati, se non altro perché cinematograficamente hanno una storia ben più remota, sono Batman e Superman, e recentemente hanno visto una grande rinascita anche grazie al genio dei Nolan, oltre ad una spropositata manciata di effetti speciali, i quali valgono totalmente il prezzo del biglietto. Ecco, secondo questa descrizione, il prezzo del biglietto dovrebbe essere, mettiamo, 20€.
Ma il prezzo del biglietto vale ciò che il film ci lascia dentro?
Ok, mi è rimasta la sensazione di volare, ci ho provato, ed ora l’Itali è fuori dalla crisi petrolifera, ma affronta spese ospedaliere per curarmi che parificano il ricavato dal greggio ;).
Mi è rimasta la voglia di sconfiggere i maledetti Kryptoniani, ma quelli in Italia mica ci vengono, già distruggiamo tanto noi del nostro patrimonio, che vengono a fare…
E poi… e poi mi è rimasta la storia d’amore di Superman e Lois Lane ( a proposito, carinissimo il gioco che la mamma di Superman la interpreti Diane Lane!). Mi è rimasta la storia d’amore di Superman e Lois??



Beh veramente no, le scene non sono proprio quelle di Reeve che scendeva roteando con la sua Lois. Mmh…proprio no.
Allora del film non mi è rimasto granché, se non 2h e passa di meraviglia e gasamento per gli effetti.
Beh, sai che si fa? Si torna un po’ al caro vecchio cinema, di quelli che costavano poco, quasi niente, ma che tanto significato avevano.
E allora così, da un discorso casuale, mi torna in mente un film che sapevo essere simpaticissimo ma non ero riuscito mai a vedere interamente, e decido di vederlo. Il titolo, per chi lo volesse, è “A piedi nudi nel parco”.
Brevemente: attori principali sono Robert Redford e Jane Fonda, ambientazione NY.
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Ora, non so voi, ma a me i film realistici ambientati nelle città reali mi fanno uno strano effetto. Per questo, ad esempio,  a NY sono entrato da Tiffany, oltre che per avere un saggio della grandissima gioielleria ( e non per domandare cornetto e cappuccino, anche se Apu nei Simpson era riuscito a farsi servire!). Per Smallville o Gotham City Ryanair non fa servizio, quindi nulla.
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La storia gira intorno ad una coppia di sposini novelli, molto innamorati, che decidono di fare la loro luna di miele all’Hotel Plaza, in un turbine di passione che praticamente li vede circa una settimana chiusi in una stanza d’albergo senza uscire mai. Ecco loro, fin quando si baciano e si toccano e si tengono stretti si sentono in un mondo tutto loro, un mondo inattaccabile anche testimoniato dalle frasi senza senso che si scambiano.
Nel momento in cui Paul (Redford) decide che forse è il caso di andare a lavoro e di lasciare l’albergo inizia la fase calante.  I due, infatti, si danno appuntamento nella loro casa appena acquistata, che si trova al 5° piano di una palazzina senza ascensore. Una casa che definire “ bomboniera” per la piccolezza è un complimento, ma che vuole simboleggiare il classico nido d’amore; a testimonianza di ciò, una delle prime cose che lei fa è riprendere bene le misure della camera, così piccola che l’unico letto che vi entra è da una piazza e mezza, per stare “vicini vicini”, e non c’è possibilità alcuna di un armadio (ma nell’idea che lei si era fatta anche in quei giorni all’hotel non erano previsti vestiti). Lo stesso per il riscaldamento, del quale non troppo si preoccupa, ecc…
Il personaggio di Jane Fonda è di quelli, simpaticissimi, iperattivi, che fanno della spensieratezza la loro ragione di vita, personaggio che contrasta fortemente con la razionalità di Redford, avvocato che cerca la scalata al successo. Ed ecco che la crisi fa capolino quando questi due mondi si scontrano al di fuori delle lenzuola, e fuori dall’abbraccio lei manifesta insicurezza, o meglio, non si sente a suo agio in una storia d’amore che non sia pura passione e spensieratezza. Lui fuori casa, lei in casa. Lui, in particolare, porta con sé una bottiglia di scotch e se ne va al parco, quello stesso parco sul quale era stato rimproverato, perché non voleva passeggiarvi a piedi nudi come invece lei voleva. Ma nella distanza lei capisce che, in fondo, ama davvero lui e lo torna a cercare, e lo vede scalzo che danza ubriaco nel parco: ora le parti si sono invertite, perché in lei c’è il senno dell’amore, mentre lui, ubriaco, fa esattamente quello che lei voleva e faceva in precedenza, per cui parafrasando si può dire che Jane Fonda risultasse “ubriaca d’amore”.
Il film poi sia avvia verso il lieto fine, ecc… e altri piccoli significati li lascio ritrovare a voi, non voglio rovinarvi il film... :) Particolare il fatto che in un film che sostanzialmente è un film d’amore, il vero “Ti amo” venga pronunciato alla fine, quando entrambi si avviano alla vera vita insieme fatta di amore passionale, spirituale e del quotidiano.
Ecco, finito il film cosa mi rimane? Penso si sia  capito… il film di per sé sembra davvero poca roba, ma porta a riflettere, e quindi diviene un gran bel film per il messaggio che riesce a comunicare. Sulla base di quanto proposto in USA dovremmo pagare 5€ per vederlo, dato il budget effettivamente di poco conto. Eppure, in realtà, questi sono i film migliori, quelli che lasciano una certa morale; anche se la città di notte risulta illuminata solo dai lampioni e non dallo spot con pipistrello, non vuol dire che non valga la pena di vedere il film.

Io personalmente rivedrei il film 4 volte. E forse una camminata a piedi nudi nel parco vale la pena farla, ogni tanto.