Viviamo il mondo
del social, della condivisione, della foto artistica e di quella pop, del post
impegnato e dei micetti che giocano…
Viviamo di
parole, che spesso si accompagnano ad immagini…
Immagini…
Alla fine il
mondo di oggi, il terzo millennio, o se vogliamo possiamo anche definirlo il
terzo millennio avanzato, è tutto racchiuso in un semplice concetto,
paradossalmente talmente antico da risultare basilare: la fotografia.
Cosa siamo, cosa
saremmo senza una fotografia?
E, soprattutto,
che valore ha oggi la fotografia?
Che valore ha una
foto quando non sentiamo più scattare il blocchetto di pellicole polaroid,
quando non giriamo più la rotella delle nostre Kodak usa e getta, quando non
apriamo più lo sportellino al buio per tirare fuori il rullino, quando il
nostro fotografo non ci chiama per dirci “sono pronte, può venire a ritirarle”?
Che valore hanno
quando giri tra gli scaffali, e accanto a centinaia di digital camera trovi lì,
impolverati e alquanto vetusti, degli album di foto da riempire?Oppure quando ripensi a quelli in plastica
sponsorizzati dal nostro fotografo, che contenevano le foto delle gite fatte
con la scuola?
Le fotografie…
Abbiamo fatto questi ricordi per noi stessi
Dove i nostri occhi non si chiudevano mai
I nostri cuori non si sono mai stati spezzati
E il tempo era perennemente congelato, ancora
Sapete come si fa a capire il valore che ha una fotografia al giorno d’oggi?
Strappatela.
Davvero, strappatela.
Poi guardatela strappata sul tavolo, e pensate subito a una cosa: scotch o
stampante?
Il dilemma vero: scotch o stampante?
Forse al giorno d’oggi è veramente più facile strappare una fotografia,
forse tempo fa prima di strapparla doveva succedere qualcosa… e magari lo
scotch era lì pronto all’uso, e magari lo strappo era fatto anche in modo
preciso perché tanto, bene o male, quella foto l’avreste salvata, e prima di
finire nel cestino ne sarebbe passato di tempo…
Così puoi tenermi
All'interno della tasca dei jeans strappati
Oggi la distanza fra lo strappo e il cestino è ridotta, quasi nulla…
Amare può far male, amando può ferirti a volte
Ma è l'unica cosa che so
Ma in fondo, a chi fa male tenere una fotografia? La fotografia vera è
quella che non si cancella, che non sbiadisce al Sole… e il gesto dello strappo
in fondo è solo l’ultimo, l’unico modo per cercare di rimuovere qualcosa che,
in fin dei conti, rimane comunque incancellabile…
Riflettiamo sul valore della fotografia, nel mondo di oggi che ne è pieno…
Scorriamole sul nostro smartphone e fermiamoci a pensare…
Il post di oggi scaturisce da una considerazione fatta lì, nelle vaste lande spettrali direzione Moncenisio, lande che non hanno nulla da invidiare a quelle cinematografiche di stampo tolkienistico.
Le donne nascono con il sogno di essere principesse, gli uomini sognano di diventare calciatori o piloti, o in generale non sognano la nobiltà.
E’ un dato di fatto: la donna ha intrinsecamente voglia di nobiltà. Sappiamo tutti, però, che sposare un principe è assai raro, salvo se non hai una famiglia che ti istruisce fin da piccola per quello (lessons in love made in UK).
Tutto questo a cosa ci porta, vi chiederete voi. Semplice, non esiste, e non esisterà mai una relazione completamente disinteressata e feeling-ness (scusate il neologismo, ma mi piace molto) da parte dell’universo femminile, e di questa superiorità sentimentale prima ne prendiamo atto e meglio è.
Ma soprattutto, prima ne prendiamo atto e prima impariamo a trattare meglio il 50% della popolazione mondiale.
I “friends with benefits” non esistono, o perlomeno non esistono su entrambi i fronti. E questo conferma ancora una volta la superiorità femminile da questo punto di vista; noi uomini nasciamo soldati, calciatori, piloti, scienziati, medici, dentisti, economisti, ingegneri, giocatori di basket, pallavolo, curling, bocce, freccette e, proprio in fondo alla lista, principi. Perchè, diciamola tutta, a noi la vita di corte fa schifo, non ci piace il the delle cinque, preferiamo pane e porchetta ai biscottini e le mani morte discotecare ai balli pomposi. Non sappiamo l’organza cosa sia, la seta non ci piace, e a malapena distinguiamo i colori dell’arcobaleno.
Le donne.
Le donne invece adorano essere principesse, è il loro sogno, e crescono con delle favole che aiuta loro a sognare questa condizione. Poco importa se sette nani incutono terrore, se topolini trainano carrozze o sorellastre minacciano, se si vive in apnea in fondo al mare o se bisogna custodire una rosa sotto una campana di vetro con un uomo che glabbro proprio non è.
Non confondetevi, il mio non è un post femminista, ma un mero dato di fatto: non esiste una donna slegata dai sentimenti. Tenetelo bene a mente quando vorrete fare i “friends with benefits”, perchè le donne conoscono tutte le sfumature di quello che per noi è un semplice rosso, al più classificabile come rosso Ferrari, e conoscono sicuramente meglio di noi tutte le sfumature dell’amore.
Uomini, magari domani andiamo a lavoro con un pensiero in più.
Noi andiamo alla velocità della luce, pensiamo una frazione di secondo e agiamo.
Noi siamo quelli che in 160 caratteri riassumono una notizia, la generazione della sintesi, quella che utilizza più x o più k, quella che ha trovato nuovi modi di comunicare che, in confronto, l'esperanto è risultato un tentativo più che vano.
Siamo noi, noi che in due punti e una parentesi esprimiamo gioia o tristezza, che mandiamo baci asteriscati e lacrime apostrofate, che facciamo battere un minore ed un 3, che strizziamo l'occhio al punto e virgola.
Siamo noi, siamo l'epoca del "ciaone" e del "fit", del "dress" e del "fan", filosofi del "like" che aprono conversazioni intere come aprono canceletti, con più pollici alti dell'antica Roma e più autoritratti dall'epoca dei mecenati.
Siamo la sintesi perfetta, sappiamo riassumere tutto, sappiamo esprimere tutto.
Ma allora perchè, perchè Mamihlapinatapai?
Perchè una parola così incomprensibile, alla quale in molti risponderebbero "Namastè, alè", mi ha fatto fermare in estasi?
Questa parola, della quale non ero a conoscenza fino a poco fa, ha un significato ben preciso:
"guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l'altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo".
Unaparola, questa, appartenente al lessico degli indiani della Terra del Fuoco.
Capite, una popolazione priva di internet, del mobile, dello smart e del fast, che ha un termine per un qualcosa di così preciso e profondo.
Un momento che potrebbe durare un istante come una vita, un turbinio di sentimenti racchiuso in uno sguardo, l'imperfetta meraviglia dell'animo umano, lo spirito del desiderio e della timidezza, il fremito della speranza...
Ammetto la mia ignoranza, non riesco a spiegare il momento ben preciso.
Non
è il rumore dell’orologio, ma semplicemente il piccolo tonfo della mia capsula
Nespresso che cade nella macchinetta. What else?
Beh,
a chi non è capitato di svegliarsi con una canzone in testa e di portarsela
tutto il giorno con sé?
Dai,
non negatelo…
Beh
io questa mattina mi sono svegliato, e non chiedetemi perché, con in testa
Elton John, ed in particolare una sua famosissima canzone: Sacrifice.
Per
quelli che non conoscono questo piccolo capolavoro c’è la possibilità di
ascoltarla in fondo al post, ma non scorrete subito, vi prego ;)
La
canzone in sé è bellissima, ma non è di quelle che poi si continuano a cantare
imperterriti e ininterrotti durante il corso delle ore; tuttavia il nome mi ha
fatto riflettere molto sul concetto di sacrificio.
Il
sacrificio è quanto di più nobile si possa nominare di tutti quei sentimenti e
situazioni che vanno a braccetto con l’amore, ed in alcuni suoi tratti
rappresenta una delle sue manifestazioni più grandi. È il contrario più forte
dell’egoismo, è la rinuncia alla realizzazione propria nell’attimo, in favore
della realizzazione altrui, è riservare per sé la matita e prestare
l’evidenziatore a chi ci è accanto.
Quanto,
quanto siamo disposti al sacrificio? Quanto possiamo trascurare noi stessi per
portare gli altri su un livello anche solo poco più in alto del nostro?
È
davvero difficile rispondere a domande come questa, è davvero davvero
complicato riuscire ad esprimere senza luoghi comuni la propria propensione a
mettersi da parte in favore di qualcuno che ce lo chiede, implicitamente o
meno…
E
l’amore…sì, il sentimento principe che tantissime volte si dimostra proprio con
il sacrificio diventa di esso il sinonimo più forte, il deus ex machina che
muove i fili trasparenti che spingono sulla scena un burattino, e ne
indietreggiano un altro. Rinunciare, lasciare andare qualcosa solo per far sì
che chi ci è accanto possa afferrare ciò che desidera, affidare il nostro
desiderio a quello di chi ci circonda, mascherare ogni nostra volontà dietro
una faccia che non è la nostra.
Quanto,
quanto vale la pena farlo?
Quanto
vale la pena mettersi da parte per qualcuno o qualcosa?
Quanto
questa nostra scommessa può davvero pagare?
Quanto
il nostro sacrificio è a perdere e quanto è a rendere?
Ma
soprattutto dove finisce il sacrificio e inizia la strategia?
Dove
il sacrificio si confonde troppo pesantemente con la rinuncia?
Può
il sacrificio perdere la sua spontaneità ed essere l’unico modo di uscire da
situazioni senza via di fuga? È veramente il modo corretto di portarsi fuori da
certi frangenti?
Vorrei
che queste poche domande vi facessero riflettere.
La più grande differenza fra il forte e il debole è che il forte si sacrifica, il debole rinuncia.
Questa volta il post è un po' più serio, ma sono successe cose che meritano di essere trattate e meritano la giusta evidenza.
Nel Sinodo sulla famiglia ci sono state importanti novità per quello che riguarda questo nucleo fondamentale della società moderna.
Il Cardinale Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, ha tenuto la Relatio post disceptationem ( in pratica un riassunto delle puntate precedenti ai non addetti ai lavori) nella quale si è riferito alle situazioni di divorziati e coppie omosessuali nel panorama ecclesiale.
Un importante passo avanti è stato fatto, anzi direi fondamentale, soprattutto per le persone di cultura che individuano nell'omosessualità non un disturbo, una malattia, bensì una forma di amore e di affetto pari a quella eterosessuale (e badate bene, la discriminazione è puramente lessicale...): le coppie gay vanno assistite e seguite, sono riconosciute all'interno della società e vanno sostenute nelle difficoltà che possono incontrare.
Ora, chiaramente ciò non vuol dire che c'è stata l'apertura alle nozze gay in chiesa (ma, d'altronde, mica le coppie gay chiedono questo), ma già il riconoscimento di una sorta di nucleo familiare, seppur allo stato ancora embrionale, è un passo significativo nella storia della Chiesa.
Così come, nella stessa relatio, il cardinale ha speso belle parole perr i divorziati, da sempre additati da molti come colpevoli di qualcosa di inesistente. Hanno gli stessi diritti di poter partecipare aalla vita religiosa di una comunità, sono persone che hanno sbagliato e per questo vanno accolte ed aiutate al massimo. Qui non si parla di prendere in giro la sacralità di un rito, di un sacramento ( in chiesa ci si può sposare, salvo casi particolari, una sola volta, quindi dalla seconda è l'istituzione del matrimonio che verrebbe presa in giro, se fosse), ma si parla di situazioni in cui chiunque di noi potrebbe trovarsi: un errore, o una fatalità, che ci porta a dover rompere un legame sancito di fronte ad una entità più grande di noi, la quale ci ha dotato di libero arbitrio e nel contempo di una natura legata a doppio filo al concetto di sopportazione e rispetto.
Bello. Anzi, bellissimo. La famiglia 3.0, quella fondata sull'amore, sul sentimento e non sulla carnalità della cosa.
Stupendo. Anzi, era ora. L'apertura ai divorziati, a chi sa di aver commesso un errore ma vuole essere riaccolto, e non ci sarebbero motivi per non esserlo. chi vuole risorgere da un evento che, nel bene o nel male, ha segnato la propria vita, ha portato la sofferenza, ha fatto conoscere il proprio limite.
Poi sì, ci sono le eccezioni, ma non sono loro che devono fare la regola, non è la coppia gay esibizionista o piuttosto la Liz Taylor di turno.
E' il vostro figlio, che ha paura di dichiarare e vivere la propria sessualità.
Sono i vostri genitori, che litigano al piano di sopra e ora possono trovare la forza di dire basta ad una sofferenza perpetrata e perdurata, soprattutto nei confronti di chi li ascolta.
E' la vittoria di chi pensa che la Chiesa sia rimasta ancora a 2000 anni fa, di chi pensa ancora agli spergiuri obbligati di Galileo, alle condanne lapidarie delle prostitute.
E' la vittoria di notizie che sono state date di sfuggita alla radio e alla tv, mentre di preti pedofili si iperbolizzano le gesta (condannabili, è vero, ma bisogna mettere in evidenza sia il cattivo sia il buono).
E' la vittoria della semplicità dell'amore, che non deve essere complicato di stupide dissertazioni omofobe. Perchè è solo amore e basta, perchè i sillogismi del rasoio di Occam non sbagliano (quasi) mai.
Lo so, lo so: stavolta sono stato un po' assente, ma ho un buon motivo per esserlo stato, e ve lo voglio raccontare in queste righe che segneranno il ritorno alla "normalità". Molti di voi (e approfitto per ringraziarli) sanno già il motivo della mia lunga assenza, e per chi non lo sapesse lo dico:sono stato rapito. Alieni, extraterrestri, anonime sarde...No! Molto peggio, molto... Riscatti? Sì, pagati davvero cari... Lo confesso, me la sono cercata però, non sono stato costretto, ma lo rifarei altre migliaia di volte. Sono stato chiuso ore ed ore nello stesso luogo, spesso nelle stesse pose, con il cuore che batteva all'impazzata. Sono stato sotto luci fortissime, sempre con gli stessi vestiti...Ho perso la cognizione del tempo, dello spazio, ho avuto finanche la sindrome di Stoccolma... Ed ora che sono libero posso dirlo, posso dire chi erano i miei rapitori! Appuntato scriva: il cittadino A.G. veniva trattenuto nel suo volere da...da... DAL TEATRO! Ebbene sì, lo confesso:sono stato rapito dal palcoscenico! Ma non un palcoscenico qualunque, ma il palcoscenico del Musical!!!! Prove, prove e ancora prove, passi passi salti attacchi, cambi costume, cori...sì, sì, ancora, sempre di più...scusate il delirio da overdose di Voltaren ma quando hai un sogno che diventa realtà, e una realtà che è passione questa è una delle controindicazioni: la dipendenza con l'assuefazione. Non senti stanchezza, non senti il calore delle luci, non senti più il tuo quotidiano ma ti senti un po' israelita, un po' 80's e un po' egizio...dimentichi il tuo profilo, dimentichi i tuoi occhi struccati o la tua pelle colore naturale, i tuoi vestiti quotidiani diventano la tua maschera, la tua casa diventa la finzione, i tuoi amici il cast...tutto si scambia in quel turbinio di emozioni, tutto ciò che prima era copione diventa realtà, e tutto ciò che era realtà diventa recita momentanea. Inizi, inizi a vivere una reale finzione che consideri una finta realtà, una bellissima finta realtà. Sorridi, sei triste, sei arrabbiato, scontroso ma dentro sei solo gioia all'ennesima potenza ed emozione vera. Balli, canti, stringi mani, saluti in un vortice costruito ad arte per coinvolgere te e chi ti guarda...
Che magia, che grandissima magia il teatro...
E che grandissima sofferenza vedere il vero backstage di uno spettacolo così. Sì, il vero backstage, quello fatto di chi non ti supporta, di chi rifiuta di aiutare l'arte, di chi incassa 2000 € davanti a te e rifiuta di dartene 30 con la scusa della crisi, " no grazie non ci interessa!" manco fossero soldi per la droga. E' vero, forse un po' sono per la droga, ma per una droga meravigliosa quale è l'arte, la cultura, la voglia di testimoniare che, in fondo, in una città che sembra morta la morte non ancora vince.
Esperienze così ti fanno capire quanto sudore c'è dietro a quei visi, quanto in fin dei conti l'arte meriti di essere aiutata, quanto quei 10€ buttati lì per un biglietto siano un piccolo contributo a tenere in vita ciò che ci distingue dagli animali, ciò che ci fa brillare sotto la luce del Sole e nel pieno dell'Universo: l'intelligenza.
Voi direte che parlo così perché ho vissuto in prima persona tutto ciò, e in parte vi do ragione, ma solo in parte; perché prima avrei titubato un secondo prima di spenderli quei 10€ e avrei cercato un amico che mi facesse compagnia, ma ora non tituberei più: una, due birrette le bevi e finiscono, una canzoncina ti rimane in testa, un'opera ti rimane nella mente e nell'anima, ti accresce più di quanto ti riempia una mera consumazione alcolica.
E ora...ora vi scrivo in una sorta di depressione del post, di quelle che vengono quando finisce qualcosa e non si vede l'ora che ricominci, perché sono sicuro che ricomincerà...
La frase magica, quella di una vita. Quella che suona come il
fischio finale dell’arbitro nell’ultima partita di un mondiale, che luccica
come il display che fa brillare un nuovo record. Un titolo, un nome, qualcosa
scritto sull’unico libro che non brucia, che aumenta ogni giorno di volume: il
tempo.
Storie belle, bellissime, a volte no. Opere d’arte, non
comprese da tutti, ma d’altronde se tutti capissero tutto non ci sarebbe nulla
da studiare…
“And the winner is…”
Il tuo nome, il tuo lavoro. Ogni goccia del tuo sudore
prende un peso particolare. Ogni lacrima, ogni stilla di sangue buttata in nome
di una idea; perché sì, ci credi, è quella giusta! È il giusto modo di
interpretare, sono le giuste luci, i costumi perfetti, le battute migliori, il
suono più paradisiaco.
È la giusta forza, il giusto effetto, la partenza esatta, la
curva più spinta…
“Thank you, grazie, merci, Danke”
Sì sono io, sono sulla cima dell’Olimpo, “sono il re del
mondo!” come Di Caprio sul Titanic. Sofferenza, dolori, insonnia…
Queste poche righe sono per me l’idea della vittoria, la
giusta introduzione per fare un po’ di sano spoiler- commento su un film che ha
portato a casa una statuetta.
No, non vi parlerò della Grande Bellezza ( o almeno non ora ),
ma dato il mio essere romantico vi parlerò di un altro dei film al centro dell’attenzione.
Dai, un po’ di sano spoiler va bene, se non altro perché vi
aiuterà ad apprezzare meglio il film se non lo avete visto ancora, o a capirlo
se già avete avuto questa fortuna.
Vi parlo di “HER”, o “LEI” in versione italiana, con protagonista
un grandissimo Phoenix.
Prima di introdurvi alla mia visione del film, vi riporto
alcune critiche che girano on line:
“Un film violento, violento contro lo spettatore”. The
Guardian.
“Oscar alla Grande Bellezza, ecco perché”. Le Monde.
“Miglior sceneggiatura originale, ma ad Aldo un decennio fa piaceva il TomTom”.
Il Corriere della Sera.
“Siri vaffanculo, il film”. The Japan Times.
“Purtroppo solo fantascienza, il sogno di spegnere la fidanzata”. Focus.
“Un film blasfemo, la cover deve coprire tutto tranne la fotocamera”. Al
Jazeera.
“3 attori e 4 doppiatori, i nuovi colossal low-cost”. Financial Times.
Ecco quello che gira su internet. Qualcuno diceva “nel bene
o nel male, purchè se ne parli”, ed è una frase giustissima (giusto un po’ meno
il comportamento di chi la diceva, ma lasciamo stare…) per il caso. Ma io vi
offro la mia visione del film o, meglio, della storia d’amore che è al centro
del film.
Nella vita reale non tutte le storie durano in eterno,
finiscono anche dopo molto tempo, e quasi sempre uno dei due è ancora molto
innamorato. Una storia importante inevitabilmente prende il posto di gran parte
dei neuroni che abbiamo nel cervello, e si impianta lì rimanendo in testa per
molto. Una mosca, o meglio una falla che si cerca di tappare subito per evitare
che ne esca fuori sofferenza. Immaginate di riempire un palloncino, di esservi
sforzati davvero tanto e poi puff, un forellino o un buco vero e proprio che lo
fa sgonfiare. La prima cosa che si cerca è scotch, nastro di qualsiasi natura,
e il palloncino si tappa.
Ma non è più lo stesso palloncino.
Nastro su nastro, colla, l’aria non esce, ma il palloncino
non è più lo stesso, e prima o poi dovremo buttarlo.
Ecco, per tappare la falla dalla quale uscirebbe sofferenza
in forma di ricordi si cerca la forma più semplice e immediata di contatto, nonché
la più forte: il contatto corporeo, che coincide con la sessualità nel caso
dell’amore.
Poco importa chi o che cosa, brutta o bella: la questione
fondamentale è il contatto. Ed ecco che la corporalità, o meglio la
considerazione del corpo scompare, si abbandona l’importanza dell’apparenza in
favore della ricerca del piacere personale. E quando ad una persona togli il
corpo, resta l’anima o, nel caso di contatto di tipo sessuale, la voce. Ecco perché
si cerca la voce amica al telefono, o ecco perché la fase successiva è la voce
amica che esce da un computer.
Ma cosa succede se la voce amica inizia a stimolarci? Cosa succede
se quella voce inizia, in modo figurativo ,a scoprire pian piano quel cerotto
che copriva tutto? Inizia ad uscire fuori il ricordo, ma il ricordo che fluisce
piano piano non diventa depressione o nostalgia, ma si trasforma in stato d’animo.
Se pensate ad un disastro nella sua interezza sentite tristezza e sconforto immediatamente,
ma se lo pensate attimo per attimo ciò che succede è che l’ansia inizia a
salire… ciò che istantaneamente arriverebbe in testa in modo immediato parte
lentamente dal cuore.
Ecco cosa succede.
Se ci piace l’anima di una persona, ecco che la corporalità
non diventa importante. E quale è il modo migliore per rendere partecipi gli
altri della nostra anima? La voce.
La situazione da fotografare è questa: lui, fuori da una
storia, che cerca di ricominciare lentamente; lei, nuova, che cerca di
cominciare. Lui che dice arrivederci alla corporalità, lei che non ancora la
conosce…
Si incrociano. Si seguono. Crescono insieme, ma lei più
rapidamente. Si potrebbe quasi dire che l’elettronica si scalda più rapidamente
del cuore umano, volendo passare ad un commento tipo leggi di trasmissione del
calore, ma non lo diciamo ;) .
Ed ecco che cosa succede. Si trovano ad uno stesso livello,
ma da due parti opposte, come su una gaussiana il cui picco è l’amore fisico.
Lei sale rapidamente, ed arriva alla spasmodica ricerca del contatto fisico.
Lui, che arriva a questo nuovo amore dopo la sessualità, è
più lento nella risalita, perché per inerzia è portato a cercare un tipo di
amore che lo soddisfi spiritualmente.
Quando lei si trova sulla sommità, quando arriva a “imporre”
il contatto fisico lui cerca questa risalita, ma l’inerzia del rapporto dal suo
punto di vista fa sì che non ci riesca. Ci prova, cerca di nuovo la pura
corporalità, ma quando l’amore vince nel suo animo egli cerca di legare la
corporalità all’animo della persona che ama, e che non è quella che ha davanti.
Ed è qui, davanti a due bisogni che non vanno d’accordo l’uno con l’altro, che
si rovina il rapporto.
Le fasi finali, per i due protagonisti, sono completamente
diverse. Lui, l’uomo, sente il sentimento della gelosia. Lei, la macchina,
sente il sentimento dello “sharing”, che non ammette gelosia. Se chi amiamo ci
dice di stare bene con altre 10000 persone, nessuno di noi si sente unico e
abbandona la persona amata. Moltiplicate questo gesto per 10000 e avete la chiusura del sistema
operativo dell’anima, che non si sente più amata da nessuno e per questo non ha
ragione di esistere. Il sistema operativo esiste se c’è qualcuno a dargli l’imprinting,
ma se lo abbandoniamo e non lo alimentiamo più con i nostri stati d’animo
allora muore.
Ed ecco che ci ritroviamo soli, ma colleghi di sofferenza
con chi ha passato le nostre stesse avventure, e che può offrirci un abbraccio,
un contatto fisico unito ad un sentimento, un qualcosa che non presenti
differenziazione fra contenitore e contenuto, il giusto punto di partenza per
tornare ad innamorarsi di nuovo di una persona vera.
Questa è stata la mia visione del film. E la vostra?
San Valentino penso sia un po’ come Natale, con la piccola
differenza che, oltre ad essere tutti più buoni, si è anche tutti un po’ più
innamorati. Cuori, cuoricini,
piccioncini, palloncini, pupazzetti: chi più ne ha più ne metta. Chi non ha letto
il vecchio post di questo particolare giorno può leggerlo (http://imitazionedellavita.blogspot.it/2012/02/be-my-valentine.html),
ma ora cambiamo un po’ timbro. Le luci, gli “spot” , come si direbbe sul
palcoscenico, sono puntati sul senso dell’amore, e più in particolare sull’amore
fra persone dello stesso sesso; argomento quando mai spinoso, che lascia adito
a mille mila interpretazioni, opinioni, critiche, occhi sbarrati o
esterrefatti.
Non so se vi è capitato di vedere quel video su
internet in cui dei bambini vengono
intervistati riguardo a cosa sia l’amore e a cosa pensano dell’amore
omosessuale (se non lo avete visto ve lo incorporo nel post, così potete
farlo); dopo un primissimo senso di sbigottimento, e dopo che qualcuno ha
addirittura confidato quelli che sono i sentimenti dei propri genitori a
riguardo ( assolutamente non condivisibili ), la loro risposta è più o meno
univoca: se si vogliono bene il problema dove è?
Sapete perché i bambini rispondono così, e risponderebbero
così anche alcuni adulti? Ve lo spiego io in una parola unica, anzi più unica
che rara al giorno d’oggi: AMORE.
I bambini focalizzano la loro attenzione sulla parola “Amore”,
gli adulti (o alcuni adulti) la focalizzano sulla parola “omosessuale”, e non
è una novità questa constatazione: chi conosce il sesso inevitabilmente vede l’amore
un po’ più dietro le quinte, o almeno non lo vede come lo vedeva prima. Il protagonismo di quello che è il sentimento
più bello diventa co-protagonismo all’edonismo sessuale, l’innocenza del bacio
pieno di emozione sfuma i propri contorni in favore di una silhouette fisicamente
attraente, il monopolio del battito accelerato cade in favore di un oligopolio
di emozioni, di pensieri più o meno scabrosi.
Ecco l’amore degli adulti.
Vedete, per l’amore potrebbe essere realizzato un quadro molto molto simile a quello che Tiziano ha
realizzato narrando le tre età dell’uomo, ma con una maggiore vicinanza fra la
figura anziana e quella bambina.
Tiziano: "Le tre età dell'uomo"
Infatti l’anziano, che si stacca dal desiderio
sessuale, torna ad una concezione dell’amore che è molto più vicina a quella
del bambino rispetto a quello dell’adulto, più votata al sacrificio per l’altro
e alla tenerezza. L’anziano, tuttavia,
conserva il moralismo dell’adulto, ossia conserva il pensiero sessuale dell’adulto,
e pertanto risulta comunque critico nei confronti dell’omosessualità. Ma allora,
quale è la giusta concezione dell’amore? Io non sono qui per insegnarvi
qualcosa, non posso farlo e non voglio ambire a posizioni che non mi spettano,
non voglio girare con un pullmino al suono di improbabili riarrangiamenti di
canzoni dei Beatles, ma voglio invitarvi a riflettere. I vostri figli, i vostri
nipoti o cugini hanno imparato la sessualità grazie ad un vostro esempio o
spiegazione, o piuttosto hanno appreso tutto dal mondo che li circonda, dal
cinema, dalla tv, dai libri, dalle 50 e più sfumature, dai “Porky’s” o “porci
con le ali” più diffusi?
Riflettete, ora che è il periodo dell’amore, sul vero
significato di questa parola e guardate che anche il Treccani segue lo sviluppo
dell’idea di Amore che abbiamo noi: da “Sentimento di viva affezione verso una
persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di
ricercarne la compagnia” a “Sentimento che attrae e unisce due persone
(ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere
forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in
misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto
sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva.”