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domenica 9 aprile 2017

Questione di sintesi

Noi siamo avanti.

Noi siamo troppo avanti.

Noi andiamo alla velocità della luce, pensiamo una frazione di secondo e agiamo.

Noi siamo quelli che in 160 caratteri riassumono una notizia, la generazione della sintesi, quella che utilizza più x o più k, quella che ha trovato nuovi modi di comunicare che, in confronto, l'esperanto è risultato un tentativo più che vano.

Siamo noi, noi che in due punti e una parentesi esprimiamo gioia o tristezza, che mandiamo baci asteriscati e lacrime apostrofate, che facciamo battere un minore ed un 3, che strizziamo l'occhio al punto e virgola.

Siamo noi, siamo l'epoca del "ciaone" e del "fit", del "dress" e del "fan", filosofi del "like" che aprono conversazioni intere come aprono canceletti, con più pollici alti dell'antica Roma e più autoritratti dall'epoca dei mecenati.

Siamo la sintesi perfetta, sappiamo riassumere tutto, sappiamo esprimere tutto.

Ma allora perchè, perchè Mamihlapinatapai?

Perchè una parola così incomprensibile, alla quale in molti risponderebbero "Namastè, alè", mi ha fatto fermare in estasi?

Questa parola, della quale non ero a conoscenza fino a poco fa, ha un significato ben preciso:


"guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l'altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo".


Una parola, questa, appartenente al lessico degli indiani della Terra del Fuoco.

Capite, una popolazione priva di internet, del mobile, dello smart e del fast, che ha un termine per un qualcosa di così preciso e profondo.
Un momento che potrebbe durare un istante come una vita, un turbinio di sentimenti racchiuso in uno sguardo, l'imperfetta meraviglia dell'animo umano, lo spirito del desiderio e della timidezza, il fremito della speranza...

Ammetto la mia ignoranza, non riesco a spiegare il momento ben preciso.


La popolazione Yamana sì.



Noi siamo avanti (?).












venerdì 23 gennaio 2015

La magia della scienza

Non ricordo sia mai successo ...
Anzi, forse proprio non è successo: film candidati all'Oscar, film blockbuster da grandi botteghini.
Film che non sono boiate pazzesche (anche se, lo ammetto, rido di continuo per il trailer di Maccio) ma che raccontano vite di grandi uomini del passato (Turing)  e del presente (Hawking).
Non posso crederci. Eppure voglio crederci.
Perché in fondo, a pescare nella grande storia del mondo, dei grandissimi personaggi, ce ne sarebbe per kolossal da qui al 2200.
E dire che quelli pescati sono grandissimi
personaggi per gli addetti ai lavori (tranne Hawking, che il grande Groening e gli infiniti Pink Floyd hanno inserito nelle loro produzioni), ma non sono dei più noti al pubblico di massa,  e forse è anche per quello che risultano vincenti.
Incuriosiscono, anche grazie all'avvincente costruzione della pellicola, alla meravigliosa colonna sonora.  Si fanno amare, perché per chi se lo fosse scordato il computer è nato dalla mente di uno degli omosessuali più famosi della storia (e qui invito alla riflessione qualche omofobo), mentre le meraviglie del nostro Universo si sono dispiegate davanti ad un piccolo uomo purtroppo malato.
E si piange. Si piange perché, alla fine, capisci che quei personaggi sono meno famosi di tante soubrette e farfalline varie, hanno salvato milioni di persone e praticamente nessuno li conosce, studiano da decenni quell'unica formula che è forse il sinonimo più prossimo di Dio e forse chiunque di noi potrebbe rubargli il posto al supermercato.
Si piango, ma anche un po' di gioia, perché quando vedo opere di questo tipo torno a pensare alla meraviglia del cinema e al perché è nato e al motivo che io attribuisco alla sua nascita: insegnare con le immagini.
Alan e Stephen, benvenuti nel club di quelli sulla bocca di tutti almeno per un po'.

Almeno fino al prossimo di Zalone.