Il post di oggi scaturisce da una considerazione fatta lì, nelle vaste lande spettrali direzione Moncenisio, lande che non hanno nulla da invidiare a quelle cinematografiche di stampo tolkienistico.
Le donne nascono con il sogno di essere principesse, gli uomini sognano di diventare calciatori o piloti, o in generale non sognano la nobiltà.
E’ un dato di fatto: la donna ha intrinsecamente voglia di nobiltà. Sappiamo tutti, però, che sposare un principe è assai raro, salvo se non hai una famiglia che ti istruisce fin da piccola per quello (lessons in love made in UK).
Tutto questo a cosa ci porta, vi chiederete voi. Semplice, non esiste, e non esisterà mai una relazione completamente disinteressata e feeling-ness (scusate il neologismo, ma mi piace molto) da parte dell’universo femminile, e di questa superiorità sentimentale prima ne prendiamo atto e meglio è.
Ma soprattutto, prima ne prendiamo atto e prima impariamo a trattare meglio il 50% della popolazione mondiale.
I “friends with benefits” non esistono, o perlomeno non esistono su entrambi i fronti. E questo conferma ancora una volta la superiorità femminile da questo punto di vista; noi uomini nasciamo soldati, calciatori, piloti, scienziati, medici, dentisti, economisti, ingegneri, giocatori di basket, pallavolo, curling, bocce, freccette e, proprio in fondo alla lista, principi. Perchè, diciamola tutta, a noi la vita di corte fa schifo, non ci piace il the delle cinque, preferiamo pane e porchetta ai biscottini e le mani morte discotecare ai balli pomposi. Non sappiamo l’organza cosa sia, la seta non ci piace, e a malapena distinguiamo i colori dell’arcobaleno.
Le donne.
Le donne invece adorano essere principesse, è il loro sogno, e crescono con delle favole che aiuta loro a sognare questa condizione. Poco importa se sette nani incutono terrore, se topolini trainano carrozze o sorellastre minacciano, se si vive in apnea in fondo al mare o se bisogna custodire una rosa sotto una campana di vetro con un uomo che glabbro proprio non è.
Non confondetevi, il mio non è un post femminista, ma un mero dato di fatto: non esiste una donna slegata dai sentimenti. Tenetelo bene a mente quando vorrete fare i “friends with benefits”, perchè le donne conoscono tutte le sfumature di quello che per noi è un semplice rosso, al più classificabile come rosso Ferrari, e conoscono sicuramente meglio di noi tutte le sfumature dell’amore.
Uomini, magari domani andiamo a lavoro con un pensiero in più.
Aspetta…aspetta…regolo F aumento il tempo di scatto, l’esposimetro
sta a +0.3 iso 400…aspetta…aspetta…
Click.
In una frazione di secondo, 1/500 o anche meno, una immagine
è impressa su un sensore, e quasi istantaneamente compare davanti ai nostri
occhi attraverso uno schermo lcd.
Pensate, pensate se le tanto amate "ciribiribì" Kodak da 24
scatti o 36 ( che poi erano sempre un po’ di più) ci avessero permesso tanto
nel piccolo spazio del loro giallo.
Pensate se i rullini fossero ancora tra noi: quante foto in
meno di aperitivi avremmo, quante macro di olive in meno avremmo, quante meno
sfocature, quanti meno tentativi di cogliere un attimo avremmo.
Forse è anche per questo che prima non sentivo il bisogno
della fotografia. Mi mancava il brivido dell’istante, la vedevo come qualcosa
relegata ad un momento posato o atteso troppo a lungo, troppo poco spontaneo…poi
la magia del digitale ha cambiato tutto, ma soprattutto la consapevolezza che
davanti ai nostri occhi ogni giorno si presentano dei veri e propri quadri che
meriterebbero di essere impressi.
Eh si, lo meriterebbero proprio! E allora fate largo alla
luce, fatela passare, lasciate che scriva, che firmi il sensore così come
firmava lo splendido rullino, lasciate che i fotoni ci bombardino, lasciateli
costruire un ricordo in forma binaria! Immagazzinate, trattenete, fermate quell’istante
che altrimenti passerebbe come fosse nulla… meravigliatevi dei teli azzurri che
l’acqua di una cascata tesse con i lunghi tempi di posa, indagate l’infinitamente
piccolo con i macro-obiettivi, lasciate che sia la vostra curiosità a chiudere
il diaframma e l’otturatore, perché il bisogno di fotografia, di un certo tipo
di fotografia non nasce ai compleanni in casa. Nasce dalla voglia di vedere il
mondo da un altro punto di vista, nasce dalla volontà di fermare istanti rapidissimi
che la meccanica del nostro essere non potrebbe fissare, ma l’infinità della
nostra mente potrebbe immaginare, dalla fame di sapere cosa sta accadendo in
quel preciso istante, dalla bramosia di possedere un momento irripetibile.
Il fotografo, in fin dei conti, non è nient’altro che un
collezionista di attimi.
Largo allora al roteare delle ghiere come fossero tamburi di
rivoltella, pronti allo “shoot” fotografico (simpatico che il verbo sia lo
stesso dello sparare, e a tal proposito vi rimando al bellissimo aneddoto della
Marylin sparata di Warhol) che non uccide il momento, ma lo fa vostro, con i
vostri occhi, con il vostro angolo, con i vostri tempi e aperture e
esposizioni. Perché, in fondo, la fotografia è un altro modo di estendere la
propria anima oltre i confini del corpo, ma in un certo senso è un
rappresentarla con ciò che ci circonda, è darle forma così come si fa con la
scrittura. Le lettere diventano pixel e fotoni, l’errore si corregge in
revisione, ma se rimane conserva il fascino dell’emotività della composizione
di getto.
Ben venga, ben venga la foto corretta in modo stilistica,
quella che lascia scrivere la luce.
La frase magica, quella di una vita. Quella che suona come il
fischio finale dell’arbitro nell’ultima partita di un mondiale, che luccica
come il display che fa brillare un nuovo record. Un titolo, un nome, qualcosa
scritto sull’unico libro che non brucia, che aumenta ogni giorno di volume: il
tempo.
Storie belle, bellissime, a volte no. Opere d’arte, non
comprese da tutti, ma d’altronde se tutti capissero tutto non ci sarebbe nulla
da studiare…
“And the winner is…”
Il tuo nome, il tuo lavoro. Ogni goccia del tuo sudore
prende un peso particolare. Ogni lacrima, ogni stilla di sangue buttata in nome
di una idea; perché sì, ci credi, è quella giusta! È il giusto modo di
interpretare, sono le giuste luci, i costumi perfetti, le battute migliori, il
suono più paradisiaco.
È la giusta forza, il giusto effetto, la partenza esatta, la
curva più spinta…
“Thank you, grazie, merci, Danke”
Sì sono io, sono sulla cima dell’Olimpo, “sono il re del
mondo!” come Di Caprio sul Titanic. Sofferenza, dolori, insonnia…
Queste poche righe sono per me l’idea della vittoria, la
giusta introduzione per fare un po’ di sano spoiler- commento su un film che ha
portato a casa una statuetta.
No, non vi parlerò della Grande Bellezza ( o almeno non ora ),
ma dato il mio essere romantico vi parlerò di un altro dei film al centro dell’attenzione.
Dai, un po’ di sano spoiler va bene, se non altro perché vi
aiuterà ad apprezzare meglio il film se non lo avete visto ancora, o a capirlo
se già avete avuto questa fortuna.
Vi parlo di “HER”, o “LEI” in versione italiana, con protagonista
un grandissimo Phoenix.
Prima di introdurvi alla mia visione del film, vi riporto
alcune critiche che girano on line:
“Un film violento, violento contro lo spettatore”. The
Guardian.
“Oscar alla Grande Bellezza, ecco perché”. Le Monde.
“Miglior sceneggiatura originale, ma ad Aldo un decennio fa piaceva il TomTom”.
Il Corriere della Sera.
“Siri vaffanculo, il film”. The Japan Times.
“Purtroppo solo fantascienza, il sogno di spegnere la fidanzata”. Focus.
“Un film blasfemo, la cover deve coprire tutto tranne la fotocamera”. Al
Jazeera.
“3 attori e 4 doppiatori, i nuovi colossal low-cost”. Financial Times.
Ecco quello che gira su internet. Qualcuno diceva “nel bene
o nel male, purchè se ne parli”, ed è una frase giustissima (giusto un po’ meno
il comportamento di chi la diceva, ma lasciamo stare…) per il caso. Ma io vi
offro la mia visione del film o, meglio, della storia d’amore che è al centro
del film.
Nella vita reale non tutte le storie durano in eterno,
finiscono anche dopo molto tempo, e quasi sempre uno dei due è ancora molto
innamorato. Una storia importante inevitabilmente prende il posto di gran parte
dei neuroni che abbiamo nel cervello, e si impianta lì rimanendo in testa per
molto. Una mosca, o meglio una falla che si cerca di tappare subito per evitare
che ne esca fuori sofferenza. Immaginate di riempire un palloncino, di esservi
sforzati davvero tanto e poi puff, un forellino o un buco vero e proprio che lo
fa sgonfiare. La prima cosa che si cerca è scotch, nastro di qualsiasi natura,
e il palloncino si tappa.
Ma non è più lo stesso palloncino.
Nastro su nastro, colla, l’aria non esce, ma il palloncino
non è più lo stesso, e prima o poi dovremo buttarlo.
Ecco, per tappare la falla dalla quale uscirebbe sofferenza
in forma di ricordi si cerca la forma più semplice e immediata di contatto, nonché
la più forte: il contatto corporeo, che coincide con la sessualità nel caso
dell’amore.
Poco importa chi o che cosa, brutta o bella: la questione
fondamentale è il contatto. Ed ecco che la corporalità, o meglio la
considerazione del corpo scompare, si abbandona l’importanza dell’apparenza in
favore della ricerca del piacere personale. E quando ad una persona togli il
corpo, resta l’anima o, nel caso di contatto di tipo sessuale, la voce. Ecco perché
si cerca la voce amica al telefono, o ecco perché la fase successiva è la voce
amica che esce da un computer.
Ma cosa succede se la voce amica inizia a stimolarci? Cosa succede
se quella voce inizia, in modo figurativo ,a scoprire pian piano quel cerotto
che copriva tutto? Inizia ad uscire fuori il ricordo, ma il ricordo che fluisce
piano piano non diventa depressione o nostalgia, ma si trasforma in stato d’animo.
Se pensate ad un disastro nella sua interezza sentite tristezza e sconforto immediatamente,
ma se lo pensate attimo per attimo ciò che succede è che l’ansia inizia a
salire… ciò che istantaneamente arriverebbe in testa in modo immediato parte
lentamente dal cuore.
Ecco cosa succede.
Se ci piace l’anima di una persona, ecco che la corporalità
non diventa importante. E quale è il modo migliore per rendere partecipi gli
altri della nostra anima? La voce.
La situazione da fotografare è questa: lui, fuori da una
storia, che cerca di ricominciare lentamente; lei, nuova, che cerca di
cominciare. Lui che dice arrivederci alla corporalità, lei che non ancora la
conosce…
Si incrociano. Si seguono. Crescono insieme, ma lei più
rapidamente. Si potrebbe quasi dire che l’elettronica si scalda più rapidamente
del cuore umano, volendo passare ad un commento tipo leggi di trasmissione del
calore, ma non lo diciamo ;) .
Ed ecco che cosa succede. Si trovano ad uno stesso livello,
ma da due parti opposte, come su una gaussiana il cui picco è l’amore fisico.
Lei sale rapidamente, ed arriva alla spasmodica ricerca del contatto fisico.
Lui, che arriva a questo nuovo amore dopo la sessualità, è
più lento nella risalita, perché per inerzia è portato a cercare un tipo di
amore che lo soddisfi spiritualmente.
Quando lei si trova sulla sommità, quando arriva a “imporre”
il contatto fisico lui cerca questa risalita, ma l’inerzia del rapporto dal suo
punto di vista fa sì che non ci riesca. Ci prova, cerca di nuovo la pura
corporalità, ma quando l’amore vince nel suo animo egli cerca di legare la
corporalità all’animo della persona che ama, e che non è quella che ha davanti.
Ed è qui, davanti a due bisogni che non vanno d’accordo l’uno con l’altro, che
si rovina il rapporto.
Le fasi finali, per i due protagonisti, sono completamente
diverse. Lui, l’uomo, sente il sentimento della gelosia. Lei, la macchina,
sente il sentimento dello “sharing”, che non ammette gelosia. Se chi amiamo ci
dice di stare bene con altre 10000 persone, nessuno di noi si sente unico e
abbandona la persona amata. Moltiplicate questo gesto per 10000 e avete la chiusura del sistema
operativo dell’anima, che non si sente più amata da nessuno e per questo non ha
ragione di esistere. Il sistema operativo esiste se c’è qualcuno a dargli l’imprinting,
ma se lo abbandoniamo e non lo alimentiamo più con i nostri stati d’animo
allora muore.
Ed ecco che ci ritroviamo soli, ma colleghi di sofferenza
con chi ha passato le nostre stesse avventure, e che può offrirci un abbraccio,
un contatto fisico unito ad un sentimento, un qualcosa che non presenti
differenziazione fra contenitore e contenuto, il giusto punto di partenza per
tornare ad innamorarsi di nuovo di una persona vera.
Questa è stata la mia visione del film. E la vostra?
Quando accade un evento storico si fa a gara a chi dice per primo quella fatidica frase: "Io c'ero". È una frase che secondo me riprende involontariamente il "celo/mi manca" che da piccoli ripetevamo aprendo i pacchetti di figurine.
Ecco, io quell' "io c'ero" me lo rivenderei volentieri, e con me penso se lo sarebbero rivendute molto più volentieri altre 300 persone circa.
Non possiamo mentire, non possiamo fare gli ipocriti come i tg, come i politici, come chi guardando il calendario come controllasse il proprio onomastico ricorda che il 6 aprile qualcosa è davvero cambiato. Purtroppo.
Io, noi che eravamo lì quelle maledette ore ce le ricordiamo tutte. E la cosa più strana è che di solitocalla fine di una giornata tendiamo a dimenticare tutto quello che abbiamo fatto e passato nelle ore precedenti, e quella volta invece non è successo, contravvenendo a qualsiasi teoria della rimozione, piantando una bandiera, una tacca di riferimento, un qualcosa che segna il prima e il dopo. Si contano gli anni prima e dopo Cristo, prima e dopo il viaggio di Maometto, abbiamo mille calendari sparsi nel mondo, e noi ne abbiamo aggiunto nostro malgrado uno, non affiggendolo, non cerchiandolo di rosso ad ogni compleanno, non cerchiando alcuna data. Questo soprattutto perché, effettivamente, noi sappiamo che quello che è successo è successo il 6 aprile perché lo abbiamo letto, scritto a caratteri cubitali dovunque, sui muri, sui giornali, perché per noi c'è solo un buco, una spaccatura fra la notte del 5 aprile e il resto del tempo. Io, personalmente, ricordo quella domenica, che poi era domenica delle palme, perché ero appena tornato a L'Aquila, come al solito su un pullman dell'Arpa cercando di vedere in qualche modo una partita dell'inter in streaming, una partita qualsiasi ma che, in realtà, a un amico ha praticamente salvato la vita. E poi una serata con un altro mio grande amico passata al pub a vedere una partita di cui non mi fregava molto sinceramente, ma tant'é, bastava stare insieme. E quei maledetti seggiolini che iniziavano a tremare per le prime scosse alle quali ci eravamo tristemente abituati, ma che forse erano solo un avvertimento. Un avvertimento.
Avvertivano che qualcosa, che tutto sarebbe cambiato, che quelli che io continuo a descrivere come gli anni più belli della vita di un ragazzo, quelli dell'università, a noi non sarebbero stati riservati così, a noi che fortunatamente siamo ancora tutti su questa terra il destino non aveva dato la possibilità di continuare un cammino insieme. Ed è ovvio e normale che ogni tanto ci si fermi a pensare a cosa sarebbe successo se nulla fosse successo, ma è altrettanto strano capacitarsi del fatto che è impossibile concepirlo, immaginarlo, perché appartiene tutto ad un'altra vita, perché tanto c'era prima e tanto è nato dopo, come se in un qualsiasi teatro la scenografia fosse ruotata completamente, lasciando i personaggi sempre uguali ma cambiando l'ambiente senza possibilità di rivederlo, portando con sé purtroppo anche parte del cast della nostra storia. Eh sì, proprio un cast, perché durante un film tutti gli attori entrano e escono in momenti diversi, pochi si incontrano per girare scene insieme, eppure alla cena finale si va tutti insieme perché ci si sente tutti parte della stessa pellicola. La vita non è un film, però, e mai frase scontata fu più esatta. La nostra paura è stata reale, l'immagine di me in un vicolo mentre dal cielo cadono pezzi di cornicione mi torna avanti ogni volta che passo in una stradina, la voglia di nascondersi a poche ore da quanto accaduto solo perché un treno aveva fatto vibrare le finestre io l'ho sentita, il mondo che tremava io l'ho visto, una vita che si frantumava davanti ai nostri occhi, che cambiava completamente faccia lasciando della vecchia solo una enorme cicatrice noi l'abbiamo vista.
L'Aquila NOI l'abbiamo vista, e alcuni di noi continuano a vederla ripensando a come era, soffrendo per come è e non riuscendo a immaginare come sarà, perché un muro come quello sul passato lo abbiamo sul futuro.
Dateci scopa e un secchio di colla, ad affiggere la nuova scenografia ci pensiamo noi. E tutta a colori.